Rappresenta uno dei
luoghi più affascinanti e ricchi di mistero del mondo.
Nel ventre della città ci sono passaggi segreti, cisterne, catacombe,
acquedotti, per una superficie complessiva che supera i 600.000 metri
quadrati.
Uno degli accessi più celebri si trova in Piazza San Gaetano(percorrendo Via San
Gregorio Armeno dal lato sinistro della chiesa di S.Paolo Maggiore), dove grazie
alle guide dell'Associazione Napoli Sotterranea è possibile, scendendo i
150 gradini che conducono nei sotterranei, tuffarsi in un mondo unico nel suo
genere.
Non si sa chi iniziò a scavare queste cavità, anche se le notizie più antiche
risalgono al tempo dei Cimmeri, abili minatori provenienti dal Caucaso che nell’
VIII secolo a.C. popolarono la regione; Plinio il Vecchio e molti altri
autori dell’epoca raccontano che i Cimmeri abitavano poco lontano da Napoli,
sulle sponde del Lago d’Averno, in grotte e dimore sotterranee chiamate
argillae, e vivevano con i guadagni delle loro miniere. Il geografo Strabone
invece ci riferisce degli Eumelidi, un popolo che viveva a Neapolis
e che si occupava di miniere e di tombe.
Tutte le cavità comunque risalgono a tempi molto antichi e sono state realizzate
dall’ uomo per l’estrazione del "tufo giallo napoletano", una eccellente
pietra da costruzione. Anche se poi molti cunicoli diventarono catacombe, antri
pagani o acquedotti e le grandi cavità furono adibite a cisterne pluviali e a
granai. Durante l’ultima guerra mondiale Napolisotterranea
diventò un immenso ed efficace rifugio antiaereo, attrezzato con servizi
igienici e illuminazione elettrica. Da 3000 anni e fino all’uso del
calcestruzzo armato il materiale per la costruzione delle case napoletane è
stato dunque il tufo. Forse i Greci che scelsero questi luoghi per fondare la
loro antica Neapolis furono attirati proprio dalle rocce gialle
del monte Echia, un piccolo vulcano spento che sorge alle spalle della attuale
centralissima Piazza Plebiscito, infatti secondo molti archeologi il tufo usato
per edificare la cittadella sul vicino isolotto di Megaride venne estratto
proprio da quella montagna.
Al 31 dicembre 1897 furono censite ben 69 cave attive con quasi
2000 operai addetti all’estrazione, e così, mentre nel corso dei secoli in
profondità aumentavano i metri cubi di vuoto, in superficie si sviluppava una
città in "positivo", con i suoi palazzi e i suoi castelli. Oggi gli
esempi più rappresentativi di come gli architetti napoletani hanno utilizzato il
tufo giallo sono il Castel dell’Ovo costruito sull’ isolotto di Megaride, il
Castel Sant’Elmo del 1329 sulla collina di San Martino, e il secentesco
Palazzo di Donn’Anna sul mare di Posillipo. Naturalmente ovunque ci sono case e
palazzi di tufo e in città cresce l’attenzione per il recupero degli edifici
realizzati con questo materiale. Napoli è stata quindi costruita con la stessa pietra del suo sottosuolo,
con una "continuità geologica" forse unica al mondo: le fondazioni dei
palazzi spesso poggiano direttamente sul banco di tufo sottostante. Questa
pratica secondo alcuni avrebbe reso la città più "elastica" salvandola
dai tanti terremoti che si sono avuti nel corso dei secoli, e inoltre la
terribile onda sismica risulterebbe attenuata grazie a tutte le cavità del suo
sottosuolo.
In questi ultimi secoli si sono registrati alcuni cambiamenti dell’architettura
interna delle cave: in quelle più antiche, considerate le più sicure, la
struttura è a forma di trapezio isoscele mentre quelle dell’ Ottocento sono
ellittiche. Questa nuova forma rendeva la cava più instabile, come hanno
dimostrato i tanti crolli parziali delle volte, ma consentiva una maggiore
estrazione di materiale. Invece la tecnica di estrazione del tufo durante questi
tre millenni è rimasta sostanzialmente immutata anche se il progresso della
metallurgia ha introdotto nuovi utensili da lavoro. Gli attrezzi da scavo e da
taglio sono uguali a quelli del passato e così il piccone a taglio dritto, usato
per isolare i blocchi di pietra, il palo e il cuneo di ferro indispensabili per
staccare la roccia dalla parete e il martello a forma di mannaia con cui si
riduceva il blocco a piccoli pezzi di forma regolare sono stati da sempre gli
unici mezzi per l’estrazione.
In città il 75% delle cave erano in sotterraneo e attraverso scale o pozzi si
raggiungeva il banco di tufo. Si scavava tra le piroclastiti per tre o quattro
metri in modo da dare una solida protezione ai fianchi dell’apertura, e quindi
si iniziava a lavorare nella prima camera fino alla profondità voluta; da qui
partivano poi varie gallerie che raggiungevano altri banchi di tufo, e così
attraverso un reticolo di cunicoli e tunnel si raggiungevano altre grandi cavità
da cui veniva estratto il materiale necessario alla costruzione delle case. Se
osserviamo attentamente le lisce pareti rese verticali dal tufo sbancato ci
accorgeremo di alcuni piccoli fori scavati nella roccia, a 20 centimetri uno
dall’altro e tutti su una stessa fila: sono le "grappiate", gli scalini
che permettevano agli operai più esperti di lavorare la pietra fino a 20 metri
di altezza, e a volte anche in contropendenza. Dei veri e propri "free-climbers"
dell’ antichità capaci di realizzare a mano gli oltre 8 milioni di metri cubi di
vuoto del sottosuolo esplorato, che con il loro lavoro permisero prima ai Greci
e poi ai Romani la realizzazione degli acquedotti sotterranei Bolla e Claudio
(quest’ultimo addirittura in pressione), una sofisticata rete idrica che ha
garantito l’approvvigionamento alla città fino al 1883, per ben 2300
anni.
L' ingresso posto sotto la
basilica di San Lorenzo Maggiore permette l' accesso alla Napoli
Sotterranea, da dove sono visibili le varie stratificazioni createsi dal
susseguirsi delle varie dominazioni. Sono molto visibili i resti della basilica
paleocristiana, composta da un' aula a tre navate con abside sul fondo,
preceduta da un quadriportico. E' stata ritrovata sotto la Sala Capitolare
un edificio di origine normanna. Queste costruzioni si insediarono sopra un
complesso della seconda metà del I secolo d.C., che anch' esso soprassediava
una struttura del IV secolo a.C., riconosciuta come il macellum. La
struttura aveva l'ingresso sulla plateia di via Tribunali ed era
composta da un porticato su cui si affacciavano le botteghe. Alcune parti del
complesso sono visibili nel chiostro della chiesa di San Lorenzo Maggiore.
Si suppone che alla fine del V secolo d.C. il tutto fu invaso da un alluvione
che portò una colata di fango.
Dai locali sotto San Paolo e
Sant'Anna di Palazzo è possibile visitare una zona della "città
sotterranea" che si estende fin sotto San Gregorio Armeno. Una delle più
importanti opere realizzate in età romana da Augusto fu l'acquedotto, lungo più
di 170 km. Da un bacino artificiale alimentato dal Serino, si diramavano
due condotti, uno verso Beneventum e l'altro verso Neapolis.
Quest'ultimo giungeva a Napoli seguendo le pendici di Capodimonte, dello
Scudillo, del Vomero, fino a Posillipo. Il tronco principale giungeva per
Fuorigrotta a Puteoli e terminava alla Piscina Mirabilis.
L'acquedotto correva in parte in galleria, in parte all'aperto su arcate in
laterizio, delle quali resta traccia nei cosiddetti Ponti Rossi. In città, il
sistema di distribuzione era tutto sotterraneo. Nei secoli successivi i cunicoli
furono riutilizzati con la costruzione di nuovi rami. Un uso ancora più intenso
si ebbe durante la seconda guerra mondiale, allorché si dovettero allestire i
rifugi antiaerei: l'accesso fu realizzato allargando i pozzi e i cunicoli di
collegamento ampliati per rendere agevole il passaggio.
Visite guidate:
il giovedì alle h. 9,00, il sabato alle h. 10,00 e alle h. 12,00
la domenica dalle h. 10,00 alle h. 12,00.
Collegamenti: Linea Anm E1, metropolitana FF.SS.
(stazione Cavour, stazione Montesanto).
Napoli
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