Nato a Napoli il 28 agosto
1907. Appartiene alla categoria dei bambini-prodigio. Esordisce a tre
anni, in frack e paglietta. Era di moda allora. Maurice
Chevalier la portava già a
Parigi e il piccolo
Taranto, inconsapevolmente, si adegua. La porterà sempre, in
tutti i suoi spettacoli "leggeri". Vi apporta però una modifica personalissima: taglia
dalla falda frontale tre spicchi a triangolo, in modo da ottenere due punte
triangolari. Sarà l'emblema che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Avviato
così precocemente allo spettacolo, Taranto insiste e nel '28, a soli ventun anni, viene
già considerato un artista completo, in grado di recitare il genere comico e
quello drammatico. Ma è ancora un giovanotto e anche se scalpita, deve
attendere. L'anno dopo finalmente entra in una compagnia importante, la
Cafiero-Fumo. Si impone
come cantante-macchiettista e questa specializzazione diviene la chiave di volta
della sua carriera. E' vero che sogna di passare alla prosa. Ma i casi della
vita lo costringono ancora al genere "varietà". Poi col successo arriva la "rivista" e la
prosa sembra dimenticata.
Nel nuovo genere fa addirittura il grande salto: a trent'anni esordisce come
capo-comico. Ormai è questa la sua strada e lui la percorre al meglio. In
qualche teatro poco distante si esibisce l'acclamata compagnia di rivista di
Totò. I due sono, si
fa per dire, concorrenti. In realtà non è così. Taranto è un ammiratore di Totò, di cui apprezza il taglio dell'improvvisazione, la
disarticolazione espressiva e le qualità mimiche. Tutti attributi, tranne
l'improvvisazione, che non gli sono particolarmente congeniali. Ma a cui
egualmente fa ricorso nelle sue macchiette. E' un tipo di espressività diversa,
più costruita, certamente d'effetto, se ottiene il successo che lo accompagna
ormai da tempo. Senza essere un epigono di Totò, sembra però seguirne le tracce. Nel 1938,
l'anno dopo l'esordio di Totò a cinema con il film "Fermo con le mani", Nino Taranto gira il suo primo film "Nonna
Felicità". Ora le due carriere si sono
analogamente parificate. Per Taranto resta ancora l'ambizione di fare teatro di prosa, che
appagherà nel 1955. L'incontro sullo stesso set con il grande
Totò deve attendere ancora
undici anni.
Finalmente nel 1949 Taranto lavora con Totò nel film "I pompieri di Viggiù". Il rapporto è immediatamente diverso quello che
Totò ha avuto con
Fabrizi o anche con
lo stesso Peppino De Filippo.
Taranto conserva tutta intatta la grande ammirazione che ha per
Totò. Lo ha già detto in
pubbliche dichiarazioni e, se non bastasse la parola, lo dimostra nei fatti. In
tutte le sequenze dei sei film che hanno girato assieme, l'ammirazione è palese.
Sembra quasi che sia lì a godersi lo spettacolo. E quando deve intervenire non
si mette in competizione. Sembra quasi cosciente della sua inferiorità e non
accetta la sfida. Si mette al servizio del suo grande collega, che sembra
considerare il suo maestro. Tra i due si instaura quindi uno strano rapporto di
complicità, nel senso che è Taranto ad assecondare la stranezze e le matterie di
Totò ma non come farebbe
una spalla tradizionale, che si limita a fornire, meccanicamente, gli spunti e i
pretesti per le battute del comico. Nella recitazione di
Taranto, invece, si sente il
comico, un comico vero abituato a stare al centro della scena e che al cospetto
del "Sommo", sta un passo indietro e si fa notare anche per la sua
umiltà.