Il Monastero di S. Gregorio Armeno è
situato nella parte forse più antica e nobile di Napoli, dove un tempo era il
foro della città greco-romana, splendida di vitalità, di monumenti e di civiltà.
All'interno del chiostro si vedono numerosi capitelli di epoca romana,
probabilmente appartenenti al tempio di Cerere ed anche diversi mortai di marmo
bianco che, secondo R. Pane, furono ottenuti riscalpellando altrettanti
capitelli corinzi.
Il chiostro, nella sua forma attuale, risale alla metà del XVI sec.
quando il Concilio di Trento impose nuove regole di vita monastica. Il canonico
Celano che in fatto di notizie "del bello, dell'antico e del curioso"
della città di Napoli è miniera inesauribile, distingue e trasmette due
versioni sull'origine del monastero: la prima che vuole il convento fondato ai
tempi di Costantino il Grande, e, precisamente, da S. Elena; la seconda che
vuole invece il monastero fondato da monache greche ed armene che, perseguitate
in patria, si rifugiarono in Italia, portando il corpo di San Gregorio Armeno.
Le due versioni possono conciliarsi, nel senso che, probabilmente le monache
greche, profughe, furono accolte nel più antico collegio fondato da S. Elena. Le
monache, che seguivano la regola di San Basilio, dovettero accettare la regola
di San Benedetto e da basiliane divennero benedettine.
Il monastero era un agglomerato di più case, circondato da un muro mediocremente
alto. Ogni casa aveva più camere, cucina e cantina con altre comodità. Ogni
monaca possedeva la sua, che nel monacarsi, o comprava dal monastero, se ce
n'erano libere, o faceva fabbricare a proprie spese.
Concluso il Concilio nel 1563, fu imposta la clausura e la vita in comune
e, dopo qualche resistenza, le monache di San Gregorio iniziarono la vita
claustrale con un periodo di preparazione che durò un anno e il 17 gennaio
1570 fecero la professione religiosa, abbandonando gli antichi riti greci.
In quel periodo cambiarono l'abito da bianco in nero.
Nel 1572 fu iniziata la costruzione del nuovo monastero, affidata
all'architetto Vincenzo Della Monica che la completò nel 1577 nella forma
che oggi ammiriamo.
Visita al monastero
Si accede al chiostro attraverso una lunga e agevole scala formata da 33
gradini di piperno; sui due lati, appena entrati, si vede il resto di una
zoccolatura, composta da mattonelle smaltate, con foglie gialle e verdi, anzi,
come dice R. Pane, di autentiche "riggiole" del'700.
Si notano ai lati gli affreschi di Giacomo del Po, ora abbastanza sciupati dal
tempo e dalle intemperie, tranne che nella parte superiore, ove recenti restauri
hanno ridato vita alle bianche figure occhieggianti tra colonne verdi e sottili
spirali di foglie. Sul lato sinistro si vedono illusorie vetrate con scorci
prospettici e cani e gatti sui davanzali.
Salendo, sulla destra si notano alcuni ambienti, destinati un tempo, al contatto
con il mondo esterno. Dalla prima porta si accedeva alla "cantina
eucaristica", così detta perchè vi si riponeva il vino per la messa e
adibita inoltre a conservare fresca, in estate, l'acqua potabile. le successive
porte introducevano alle "grate", quella della badessa, delle converse,
detta grata di mezzo e delle suore, detta grata di sopra.
Al termine della scala ammiriamo l'atrio, restaurato con raffinata eleganza nel
'700; un'iscrizione sul portale ricorda che l'atrio della sacra casa fu
rifatto nel 1762.
Il pavimento è di marmo bianco e piperno, ai lati ci sono sedili di piperno con
spalliere di marmo; di fronte si apre la porta principale in legno di noce ai
cui lati si osservano due piccole porte che coprono due bocche o cavità, scavate
nel muro, nelle quali girano due grandi cilindri di legno, ricoperti di bronzo e
ottone, dette comunemente "ruote", unici mezzi di trasmissione di cibi,
di vestiario e di ogni altro oggetto che entrava o usciva dalla casa religiosa.
Sia la porta principale che quelle laterali nonchè le bocche delle ruote sono
intarsiate di marmi pregiati ( marmo bianco con "borolé" di Francia,
giallo di Verona). Sovrasta una breve volta con altri dipinti di Giacomo del Po:
San Benedetto tra due angeli e sopra una balaustra con altri scorci prospettici.
In un'edizione dell'opera del Celano aggiornata al 1792, si parla
diffusamente del restauro settecentesco del monastero e se ne sottolinea la
maestosità e la magnificenza. L'anonimo commentatore così continua: " nella
parte interiore poi del Monastero chi aveva avuto la sorte di entrare ne ha
descritto la bellezza, la magnificenza, le amenità".
Varcato l'ingresso, ci si trova davanti ad un vestibolo a forma di L. Sulla
sinistra entrando, si trova un quadro del "dipintore Paolo De Matthaeis",
a destra, nel tratto breve della L si notano eleganti sedili cinquecenteschi in
pietra scura, sorretti da colonne e sormontati da marmi policromi. Le pareti
sovrastanti i sedili, mostrano delicati affreschi di paesaggi, dai tenui colori
sfumati.
Il chiostro
Ed eccoci finalmente nel
chiostro: appena si entra, colpisce la visione di un superbo gruppo marmoreo
raffigurante l'incontro di Cristo e la samaritana. Un'iscrizione ricorda
che la fonte, "ricca per ameno gioco di acque, dolce spettacolo per gli occhi"
fu fatta costruire dalla badessa Violante Pignatelli nel 1783. Un'altra
iscrizione sul lato opposto ricorda che la fontana, cadente per la vecchiaia, fu
fatta restaurare nel 1843 dalla badessa Francesca Caracciolo, "affinché
alle vergini sacre a Dio non mancasse il perpetuo simbolo della evangelica
purezza e della fonte divina della viva acqua". Sia il Celano che il Galante
attribuiscono il gruppo marmoreo a Matteo Bottiglieri. Invece, R. Pane, pur
confermando la paternità dello scultore per le figure del Cristo e della
samaritana, esclude che il Bottiglieri abbia costruito anche la fontana, sia
per mancanza di documenti in proposito, sia perché la composizione della stessa
si rivela più opera di un architetto che di uno scultore.
Lungo il lato del portico corrispondente la navata della chiesa, si notano
alcune aperture con grate a sedili da cui le monache potevano assistere alla
Messa senza allontanarsi dal chiostro.
Cappella di S. M. dell'Idria
Proseguendo sulla destra,
ammiriamo la cappella di S. M. dell'Idria che Pane definisce "l'ambiente più
ricco e prezioso di tutto il complesso conventuale". Essa ha origini antiche
di cui si conservano ancora tracce nell'arco ogivale dell'altare maggiore e
nelle volte della cappella, mentre il resto risale ad un ampliamento e
ricostruzione settecentesca, incominciata dalla badessa Antonia Gonzaga e
completata nel 1712 dalla badessa Claudia di Sangro.
Che significa Madonna dell'Idria?
L'inestimabile canonico Celano dice che "S. M. dell'Idria detta così per
l'immagine della SS. Vergine con un idria, ossia vaso sotto de' piedi, immagine
tenuta in somma venerazione per gli continui miracoli e grazie che ne ottengono".
Idria è un termine greco che indica un vaso per acqua con due anse laterali.
Invece Gennaro Aspreno Galante "prete napolitano" nella sua opera "Guida
sacra alla città di Napoli" sostiene che la dicitura S. M. dell'Idria
sarebbe una contrazione dell'espressione "S. Maria dell'odegitria", termine
greco per indicare "guida del buon cammino". La cappella era adornata da 18
artistiche tele, ora al restauro, opera del De Matthaeis.
Quasi di fronte alla cappella si accede al refettorio delle monache, costruito
nel '600 e restaurato tra il 1692 ed il 1695: è un lungo
rettangolo coperto a volta con stalli intagliati ed un pulpito dal quale sporge
una figura in altorilievo. Si notano pitture a fresco assai guaste e di scarso
interesse.
Importanti lavori eseguiti nel 1644 sotto la direzione di Francesco
Picchiatti mutarono il primitivo disegno cinquecentesco del chiostro rendendolo
più piccolo; furono sistemate le quattro aiuole che oggi concludono lo spazio
quadrilatero intorno alla fontana e si tracciò l'ampia esedra che si svolge
lungo lo spazio trasversale del chiostro. Essa è decorata con stucchi, vasi e
due statue in terracotta e serve come separazione tra il giardino e l'orto
nonchè come fondale alla prospettiva delle aiuole. Un' ultima curiosità c'è da
segnalare: il pozzo presso la fontana, riccamente ornato di ferro battuto.
Ebbene, il pozzo non è un pozzo, ma il mascheramento di un vasto e profondo
scavo quadrato da cui fu tratto il materiale di costruzione (tufo) per la
fabbrica cinquecentesca ed i lavori del '600.
Alziamo gli occhi alla bella cupola di embrici smaltati gialli e verdi ed ai
cinque belvederi che consentono successive scenografiche visioni del panorama
cittadino e poi allontaniamoci in silenzio per non turbare l'operosa pace di
questo monastero ormai millenario che ha saputo coniugare la feconda, molteplice
attività dell'oggi con le silenziose immagini del passato.