Una prima chiesa,
con il titolo di San Francesco Saverio, fu fondata dai Gesuiti nel 1622,
insieme ad un piccolo collegio; nel 1624 per iniziativa di Caterina
Zunica si avviarono lavori di ampliamento.
Dopo la fondazione i lavori dovettero essere sospesi fino al 1628, per
poi riprendere più tardi fino al definitivo completamento del collegio
gesuitico.
Dopo l'espulsione dei gesuiti dal regno, nel 1767, passò ai cavalieri
costantiniani che in omaggio al re Ferdinando IV la intitolarono al suo santo
omonimo.
La storiografia tradizionale attribuiva la realizzazione del progetto a Cosimo
Fanzago, autore, invece, dell'ammodernamento della chiesa (interno e facciata).
La chiesa venne, in realtà, realizzata su progetto di Giovan Giacomo Di Conforto
come dimostrano i disegni conservati al Museo di San Martino. Da questi si
rileva una piena adesione al gusto di transizione dal manierismo al barocco.
Il lungo intervallo compreso fra il 1628 ed il rifacimento dell'abside
che, in mancanza di dati di archivio, si può datare sulla base della tela
dell'altare maggiore, opera di Luca Giordano che venne a sostituire quella di
Salvator Rosa, non permette di giudicare quanto sia stato effettivamente
realizzato del progetto del Di Conforto quanto, invece, si debba all'intervento
di Cosimo Fanzago. Questi si appresta, con l'opera di ammodernamento, a fondere
architettura e scultura secondo un orientamento affine al progetto approntato
per il portico di facciata del Monte della Misericordia.
L'analogia di impronta spinge a datare il suo intervento nella chiesa di San
Ferdinando intorno alla metà del Seicento. Celano (1692), e
con lui molti altri, confonde l'intervento fanzaghiano, sicuramente posteriore,
con il progetto iniziale e gli attribuisce l'intera opera. L'interno contiene
molte valide testimonianze d'arte come gli affreschi del De Matteis che
rappresentano i santi dell'ordine. Sull'altare maggiore il San Ferdinando
è del Maldarelli, mentre nel transetto (braccio laterale della croce) sinistro
vi sono una Concezione di Cesare Fracanzano e le statue di David e
Mosè di Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro. Per l'altare maggiore, i
gesuiti, grazie ad un generoso lascito di 30.000ducati ricevuto
dalla viceregina Caterina della Cerda y Sandoval, vedova del vicerè don Pedro de
Castro conte di Lemos, avevano commissionato un San Francesco Saverio
a Salvator Rosa, ma la tela non ebbe l'approvazione dei gesuiti che ne
commissionarono un secondo a Cesare Fracanzano, ma anche questa tela non piacque
ai difficili committenti che si rivolsero a Luca Giordano il quale, per non
incorrere nello stesso incidente, nicchiò a lungo finchè dopo un intervento
deciso del vicerè, il marchese del Carpio, con quella proverbiale sveltezza che
gli valse l'appellativo di "Luca fa' presto", eseguì in sole
quaranta ore l'opera che piacque talmente al vicerè da fruttare all'artista uno
studio nel palazzo vicereale affinchè il marchese potesse, nei momenti di
tranquillità concessi dalle cure del governo, godersi lo spettacolo di Luca al
lavoro. Anche lo
Spagnoletto lavorò per la chiesa di San Ferdinando dipingendo un San
Bartolomeo che riscosse l'ammirato entusiasmo non solo del popolo, ma del
vicerè del tempo, don Pedro Giron conte d'Ossuna, che gli commissionò una
seconda tela da donare alla chiesa rappresentante S. Antonio di Padova.
Anche il Galante cita un S. Stanislao attribuito al Ribera, ma di tutte
queste testimonianze dello Spagnoletto non si hanno più notizie nella chiesa.
Con l'avvento dei cavalieri costantiniani il S. Francesco Saverio del
Giordano fu trasferito al Museo e sostituito con un S. Ferdinando e S.
Giacomo del Sarnelli, allievo del De Matteis, che a sua volta verrà poi
sostituito da un S. Ferdinando del Maldarelli.
La chiesa è sede dell'arciconfraternita di S. Ferdinando di Palazzo di Nostra
Signora dei Sette Dolori, che risale al 1522, fondata nella distrutta
chiesa di Santo Spirito di Palazzo.
Furono confratelli di questa nobilissima arciconfraternita i re di Napoli
a cominciare da Carlo di Borbone, le regine, alcuni pontefici, e dopo l'unità
d'Italia, i re sabaudi fino ad Umberto II. Anche nel laico decennio francese
ebbe la "protezione" di Giuseppe Bonaparte. Da ricordare che un preciso decreto
reale vietava la sepoltura dei defunti nella chiesa di S. Ferdinando, ma
una sola eccezione fu concessa alla duchessa Lucia Migliaccio Partanna di
Floridia, moglie morganatica di Ferdinando I, che vi è sepolta in un rigoroso
monumento funebre neoclassico di Tito Angelini nel transetto sinistro. Il regale
marito le donò la celebre villa al Vomero che dal suo nome si chiamò Floridiana.
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