La chiesa di San Gregorio
Armeno è situata nella strada omonima, un tempo detta "Augustale"
perché collegava la Curia Basilicae Augustinianae con il decumanus
inferior e poi chiamata "Nostriana" dal Vescovo di Napoli
Nostriano.
La costruzione ebbe inizio nel 1574, anno in cui, secondo il Canonico
Celano, "resa comoda l'abitazione ed atta alla vita comune", la badessa
Donna Giulia Caracciolo, nell'ambito delle riforme imposte dal Concilio di
Trento, pensò all'erezione di una nuova chiesa e "la principiò col
disegno, modello e guida di Vincenzo Della Monica e Giovan Battista Cavagna e
quasi tutto fu fatto del denaro proprio di essa Donna Giulia".
Terminata la costruzione, la chiesa fu consacrata nel 1579 e l'anno
successivo dedicata a S. Gregorio Armeno, come ricordano le iscrizioni
nell'atrio; un'altra lapide ricorda, invece, la visita pastorale di Pio IX,
1° ottobre 1848. La facciata presenta tre arcate a bugno di piperno, sormontate da quattro
lesene toscane con fregio dorico e tre finestroni contenuti in rispettive arcate
e conclusi originariamente con un timpano.
L'atrio, scuro e profondo, mostra quattro pilastri intermedi che hanno la
funzione di reggere il piano del coro.
Successivamente, nel XVIII secolo, un secondo coro fu sovrapposto al
primo e di conseguenza, nella facciata esterna, il timpano fu sostituito da un
terzo ordine architettonico.
Si accede all'interno della chiesa mediante un portale di legno di noce con
intagli a rilievo dei quattro evangelisti e dei Santi Stefano e Lorenzo; la
chiesa è ad una sola navata, con cinque arcate per lato, alternate a pilastri
compositi.
L'interno, ad eccezione delle cappelle, fu affrescato da Luca Giordano nel
1679, in occasione del primo centenario della costruzione della chiesa ed è
da considerarsi, secondo Roberto Pane, "uno dei più impostanti complessi
figurativi del maestro napoletano".
Sul muro d'ingresso è narrato, in tre scene, l'arrivo delle monache greche in
Napoli: nel primo episodio le monache arrivano in barca (nella figura
dell'uomo che mostra loro la direzione della nuova dimora, la tradizione indica
l'autoritratto di Luca Giordano); nel secondo episodio, le monache, in tunica
bianca e velo nero (secondo il costume descritto poi da Fulvia Caracciolo), sono
raffigurate nell'atto di recare l'urna con le reliquie di San Gregorio; nel
terzo episodio la badessa scende a terra ed è devotamente accolta dai
napoletani.
Lateralmente alla porta d'ingresso si notano due quadri di Silvestro
Buono: il primo rappresenta i santi Girolamo e Francesco dinanzi alla Vergine;
il secondo rappresenta l'Immacolata decorata da una simbologia mariana
sulla scia dell'Antico Testamento (Cantico dei Cantici) e delle sue allegorie.
In alto, tra i finestroni, si ammirano scene della vita di S. Gregorio
affrescate dal Giordano; a destra: il Santo è consacrato vescovo; Tiridate
accompagna le spoglie del Santo; Tiridate con la testa di maiale per i delitti
commessi; visione del Santo; il Santo esce dalle acque. A sinistra: morte del
Santo; gruppo di angeli; il Santo è onorato dal re; cede l'episcopato al figlio
Ofane; il Santo nel deserto; il Santo battezza; il Santo pontifica.
In continuazione con gli affreschi delle finestre, nello spazio dedicato al coro
e non visibili dalla chiesa si notano cinque episodi della vita di San
Benedetto; a cominciare dal lato del chiostro: San Benedetto che parte a
cavallo; S. Benedetto a Montecassino; S. Placido, inviato da S.
Benedetto, cammina sulle acque e salva S. Mauro; conversione di Totila; S.
Benedetto ed i pastori.
Passiamo ora alle cappelle, alcune delle quali conservano ancora le colonne
corinzie di marmo rosa appartenenti alla veste cinquecentesca.
Nella prima cappella a destra ammiriamo un'Annunciazione attribuita a
Pacecco de Rosa; vi è conservata anche un'antica statua di S. Donato in legno
colorato ed un'altra di S. Apollonia in una custodia di vetro.
Nella seconda cappella vi è una tela raffigurante la Vergine con i Santi
Pantaleone ed Antonio che G. A. Galante attribuisce al Sarnelli.
La terza cappella è dedicata a San Gregorio Armeno: sull'altare vi è una
tela opera di Fracanzano. Il Santo appare seduto, nell'atto di leggere in
un grande libro. Nelle pareti laterali si notano altre due tele, una
raffigurante il re Tiridate con il viso di maiale che supplica il Santo e
l'altra il Santo gettato nel lago Artetax. Anche queste tele sono di
Fracanzano, mentre la volta è decorata da affreschi di F. De Maria.
La quarta cappella conserva una tela di Niccolò Malinconico, rappresentante la
Vergine del Rosario tra due santi; il nome del pittore è visibile in basso a
sinistra.
Dal lato opposto, la cappella accanto all'organo è dedicata a San Benedetto; la
tela che raffigura il Santo in preghiera, secondo Celano, "stimansi delRibera", R. Pane conferma l'attribuzione dell'opera al maestro spagnolo,
mettendone in risalto il verismo.
La cappella successiva è detta della "decollazione" per una tavola
cinquecentesca attribuita a Salvatore Buono e raffigurante la decapitazione di
San Giovanni Battista. Interessante la cappella seguente ove si venera una
miracolosa immagine del Cristo ora in restauro; trattasi di una scultura
lignea del tardo quattrocento che pare appartenesse, secondo Celano, alla
vecchia chiesa e che Pane definisce "immagine drammatica e splendida".
L'ultima cappella presenta una Natività attribuita a Bernardo Lama o
Marco Senese.
Magnifico è l'altare maggiore, opera di Dionisio Lazzari, la balaustra
dell'altare, così come quella di molte cappelle laterali rappresenta un mirabile
esempio dell'artigianato partenopeo per i trafori in marmo bianco.
A destra si nota una grande raggiera di ottone che sormonta una grande
tripartita, superba realizzazione dei maestri ottonari napoletani, su disegno di
Giuseppe Pollio. E' il "comunichino della badessa" dietro il quale le
monache ascoltavano la messa. L'apertura al centro, circondata da una delicata
cornice in marmo e fiancheggiata da due candelabri serviva alle monache per
ricevere l'Eucarestia.
Sul lato opposto si ammira una vasta composizione ad olio di Luca Giordano
raffigurante Mosé tra la gente ed in alto l'Eterno sostenuto da angeli.
La tela sull'altare maggiore è opera di Bernardino Lama, mentre le sante
benedettine fra i finestroni della cupola, Mosé, Giosué, Melchisedech e Ruth
nelle lunette sono di Luca Giordano.
Gli affreschi della cupola, dello stesso autore, furono eseguiti, probabilmente
due anni dopo quelli della chiesa di Santa Brigida; purtroppo la quasi totalità
delle figure che ornavano l'interno della cupola è scomparsa e sono visibili, in
basso, solo immagini di santi e angeli.
Una menzione particolare merita il soffitto ligneo che, secondo un documento
conservato nell'Archivio di Stato, fu iniziato nel 1580 e completato nel
1582. Esso, intagliato e dorato, contiene in quattro successivi incavi
ovali, pitture di Teodoro Fiammingo che raffigurano, a partire dal lato
dell'ingresso, l'Assunta in gloria, S. Benedetto tra S. Placido e S.
Mauro, S. Gregorio benedicente e Gesù al Calvario.
Volgiamo lo sguardo verso l'incavo che contorna in forma ovale il secondo
dipinto: noteremo che esso è composto da una successione di archetti concavi,
decorati con figurine, la metà di tali archetti è stata privata degli ornati.
Attraverso tali spazi corrispondenti al secondo coro, il cosiddetto coro
d'inverno, le monache potevano vedere l'altare maggiore come attraverso una
grata di legno.
Notevoli sono anche i due organi rifatti nel '700 e "riccamente
adornati di intagli dorati".
Prima di passare oltre, segnaliamo che nello spazio corrispondente all'ultima
arcata a destra è stata ricavata, in epoca recente, una cappella dove si
conservano le spoglie di Santa Patrizia.
Passiamo all'ampia e bella sacrestia nella cui volta si può ammirare "l'adorazione
del Sacramento" di De Matteis.
Celano definisce questa chiesa "stanza di paradiso in terra" e tale
doveva apparire specialmente nei giorni festivi tra lo splendore degli arredi e
degli argenti. Il degrado in cui oggi versa riempie di malinconia l'animo del
visitatore, ma non riesce a cancellarne la maestosa bellezza.