|
Posizione Geografica
La Riserva Naturale dello Stato "Cratere degli Astroni" (Long. 14°10'E,
Lat. 40°50'N) è situata in Campania nella zona dei Campi Flegrei ad ovest
della città di Napoli. E' compresa fra il piano di Agnano ad est, il monte
Leucogeo a sud, a nord il territorio di Pianura, mentre l'antica strada
Campana la costeggia ad Ovest. Geologicamente rappresenta il risultato
dell'attività eruttiva sviluppatasi nel terzo periodo Flegreo,
precisamente 3700 anni fa.
Cenni Storici
La storia documentata degli Astroni comincia con quella dei suoi bagni
termali: tutta la regione flegrea era ricca di acque minerali e termali,
intorno alle quali si riunì il lusso e la corruzione romana dalla fine
della Repubblica in poi.
La fama dei bagni termali continuò fino al XII secolo quando furono
distrutti probabilmente dai medici della Scuola Salernitana, gelosi, si
narra, delle guarigioni operate gratuitamente da quelle acque.
Nel 1217 Federico II li fece ristrutturare nelle vicinanze del lago più
grande come si legge anche dalla iscrizione Aragonese all'ingresso della
vecchia grotta di Pozzuoli.
Il medico Pietro d'Eboli lo ricorda nel suo poema "De Balneis Terrae
Laboris", scritto fra il 1212 e il 1221, e dedicato a Federico II. In una
versione in prosa del manoscritto per ciascuno dei bagni flegrei che vi è
descritto, è data una figura nella quale sono rappresentati gli infermi
che mostrano il morbo e la parte del corpo per la quale per la quale il
bagno è indicato: il bagno degli Astroni era diviso in due , uno per gli
uomini e l'altro per le donne.
E due bagni, difatti, ritrovò e riconobbe il medico don Sebastiano Bartolo
al quale, nel secolo XVII, Pietro d'Aragona, Viceré di Napoli, commise il
lavoro di rintracciare i bagni e le sorgenti persi nell'incendio causato
dall'eruzione di Montenuovo (1538). Nel 1667 egli scrive:
"li due bagni degli Struni li ho ritrovati con molta fatica, ma si
incontrano difficoltà a restituire le acque, per essere lontani dal lago
vicino".
Oggi di questi bagni non c'è più alcuna traccia; è probabile anche che le
rovine degli stessi siano state in parte coperte dal terreno e dalla
vegetazione, ed in parte rimosse per la costituzione del bosco al tempo di
Carlo I di Borbone.
Finita la fama di antichi bagni termali, il cratere degli Astroni cominciò
ad essere famoso come Riserva di Caccia. Fu Alfonso d'Aragona che, nel XV
secolo, lo indirizzò come tale, facendo innalzare, lungo l'orlo del
cratere, un alto terrapieno.
In uno scritto del XV secolo, Loise De Rosa ne testimonia la riservatezza:
"...cinghiali, caprioli e cervi vi entrano e non ne escono più, perché vi
trovano erbaio abbondante, un bosco, acqua a volontà e non sono cacciati
mai se non dal Re che ne ha la chiave..." La battuta di caccia più famosa
avvenuta nella Riserva degli Astroni, come descritta da Bartolomeo Faccio,
fu indetta da Alfonso I il 16 aprile del 1452 in onore dell'imperatore
Federico III in occasione del suo matrimonio con Eleonora d'Aragona,
nipote di Alfonso I d'Aragona. Un'altra caccia famosa fu organizzata da
Don Pedro di Toledo nel 1535, in onore di Carlo V di ritorno dall'impresa
di Tunisi. Altre battute di caccia nel Sito Reale degli Astroni ci furono
fino al 1691, quando il Viceré Francesco Benavides, forse a corto di
denaro, cominciò a trattare per la vendita degli Astroni in forma feudale.
Dopo varie stime ed aste rimaste deserte, nel 1699, gli Astroni furono
venduti a Giuseppe de Marino per 40.500 ducati. In seguito furono
acquistati da Andrea Giovine, luogotenente della Real Camera, che pare sia
stato il principale artefice della dissodazione degli Astroni utilizzando
il bosco per il taglio e la vendita del legname. Nel 1721 un suo erede,
Giovanni Giovine, donò la tenuta degli Astroni ai Gesuiti, che li tennero
fino al regno di Carlo III di Borbone che nel 1739 iniziò le trattative
per la cessione degli Astroni.
Per quanto riguarda l'utilizzo della Riserva, è certo che i Gesuiti
coltivarono la parte centrale del cratere, mentre Carlo III lo rimboschì
introducendo piante da altre regioni d'Italia e lo riutilizzò come Riserva
di Caccia. E' in questo periodo che, a seguito delle numerose incursioni
da parte dei cacciatori delle vicine cittadine, Carlo III fece erigere un
alto muro circondante il ciglio del cratere, e ne garantì l'accesso con il
fabbricato della torre d'ingresso. Provvide pure al ripopolamento della
riserva introducendo cinghiali, cervi e caprioli. Sempre a questo periodo
appartiene la costruzione della casina di caccia, tuttora esistente. La
prima ricostruzione del muro di cinta risale al 1852, quando Ferdinando II
ne ordinò la risistemazione a seguito dei danni del tempo e dei cacciatori
di frodo. Intanto già non c'erano più caprioli e lo stesso Ferdinando
ordinò la distruzione dei cervi rimastivi, perché causavano danno al
"crescimento" delle piante. Anche dopo l'unificazione del Regno d'Italia
gli Astroni hanno continuato a far parte dei reali siti di caccia dei
regnanti, ma poiché non suscitavano più l'interesse come in passato, gli
animali presenti seguirono tristi sorti: Re Vittorio Emanuele II ordinò
l'uccisione di tutti i cinghiali, perché ritenuti di cattiva razza e la
cattura e il trasporto a Licola dei cervi sopravvissuti alla distruzione
ordinata da Ferdinando II. In un interessante scritto risalente al 1870
circa, ad opera di Giuseppe Rosati dal titolo: "Le Cacce Reali nelle
Province Napoletane - Ricordi di Giuseppe Rosati, Capitano di Caccia di
S.M. il Re d'Italia", si leggono interessanti notizie sulla descrizione
del bosco e della selvaggina, su alcune cronache relative ad episodi tra
cacciatori di frodo e guardie reali avvenuti nella Riserva, e soprattutto,
e su questo vale la pena di soffermarsi, su come si svolgeva la caccia ai
cinghiali:
"...La caccia al cinghiale suolsi dare in Astroni secondo l'uso della
passata dinastia, a mena chiusa, ossia nell'interno della paina. Che cos'è
la paina? E' una vasta parte del bosco, chiusa da un recinto di legno, nel
quale si penetra per varii cancelli di ferro. Nel mezzo di questo recinto
havvi il così detto cibo, ossia il luogo ove ogni giorno, alle ore alle
ore 23 italiane, i cinghiali sono assuefatti a venire per mangiare la
melica, le castagne, le ghiande, le mele, ecc. Sono chiamati all'appello
da una guardia, mediante il rauco suono di una conchiglia marina...Nella
lusinga che non voglia riuscire noiosa tenterò di descrivere ai miei
lettori, una caccia al cinghiale a mena chiusa. il giorno antecedente a
quello fissato per la caccia, verso l'ora del cibo, si situa una guardia
per ogni cancello di ferro della paina. Non appena colui ch'è incaricato
di chiamare i cinghiali ne osserva una sufficiente quantità riunita e dei
più grossi, dà un segnale convenuto, in seguito del quale si chiudono
immantinenti tutti i cancelli, rimanendo gli animali prigionieri. Durante
la notte, questo dev'esser guardato da persone che accendono dei grandi
fuochi, sì per spaventare i cinghiali che strepitano per uscir fuori,
quanto per prevenire la malignità di qualcuno, che aprendo di soppiatto un
sol cancello, renderebbe vani gli sforzi e i preparativi di chi ha
interesse che la caccia riuscisse bene. Ciò è avvenuto qualche volta!
Giunge, intanto, il mattino della caccia e gli invitati sono alle loro
poste, antecedentemente costruite; esse sono delle nicchie di fogliame
capaci di contenere due persone. Situati tutti, il Direttore delle reali
cacce dà con 3 tocchi di cornette il segnale della prima battuta. Questa
si esegue col solo aiuto degli scaccioni, o del cordone, la destra del
quale è guidata dal Capomena, la sinistra dal suo aiutante ed il centro
dalle guardiecaccia. Il cordone viene innanzi dalle spalle dei cacciatori,
per indi poi ritornare indietro; tessendo lo spazio chiuso ove si esegue
la caccia. Dopo due o tre battute, non ascoltandosi più colpi di fucile
dalle poste, si sciolgono i cani e si proseguono le battute con questi
animali e con gli scaccioni; non senza buttare nelle macchie enormi
bombe-carta a lunga fontana o miccia. Tutto ciò rende la caccia clamorosa,
allegra e comoda... per i cacciatori. ..."
Dalla fine del XIX secolo fino agli anni '50 non vi è stata più
cacciagione nel bosco degli Astroni, popolato solamente da numerose volpi.
Durante l'ultima guerra il cratere degli Astroni fu utilizzato come
deposito di armi prima dai Tedeschi e poi dalle Forze Alleate. Dal 1919 al
1970 passò in gestione all'Opera Nazionale Combattenti, che favorì un
utilizzo turistico disordinato, motorizzato e distruttivo dell'habitat
naturale.
Nel 1970, con la soppressione di alcuni Enti inutili, l'Opera Nazionale
Combattenti venne sciolta, e la proprietà degli Astroni passò alla Regione
Campania.
Intanto però, il 5 luglio 1966 un gruppo di ambientalisti in visita al
cratere fonda il WWF Italia, e già nel 1969 ottiene dal Ministero
dell'agricoltura e foreste che gli Astroni divengano una oasi di
protezione rifugio per la fauna stanziale e migratoria.
Nel 1978 il WWF partecipa ad una prima proposta formulata dall'Ispettorato
Ripartimentale delle Foreste di Napoli per l'istituzione di una "Riserva
Naturale degli Astroni", e promuove un comitato di tutela fra Enti
culturali per la difesa degli Astroni.
Nel 1987 il neonato Ministero dell'Ambiente esordisce con un decreto che
istituisce la "Riserva Naturale dello Stato Cratere degli Astroni", con il
quale si pone finalmente un vincolo ineludibile all'uso del territorio e
contestualmente si affida la gestione al WWF Italia. Nel 1990 si giunge
alla firma della convenzione per l'amministrazione e la gestione della
riserva fra i due Ministeri competenti (Ambiente ed Agricoltura e
Foreste), il WWF e la Regione Campania. Il 25 aprile 1992, con la
cerimonia di inaugurazione, si apre al pubblico l'Oasi WWF "Cratere degli
Astroni".
Etimologia
L'etimologia del nome Astroni è tuttora un mistero; diverse sono le
ipotesi:
Mormile (1617) dice che il nome deriverebbe da Asturum, dalla caccia
all'Astore, uccello oramai raro e forse non più nidificante in Campania;
Summonte (1749) ritiene che derivi "dagli Strioni o Stregoni che lo
avevano scelto a teatro delle loro ciurmerie";
D'Ancona (1792) fa derivare il nome dalla metatesi della parola Sturnis
(a-Strunis), per l'abbondante presenza degli Storni durante il periodo
della caccia;
Giustiniani (1797) lo fa derivare da struhis, nome di una felce spontanea
degli Astroni, ricordata da Plinio;
Neumann ipotizza che il nome potrebbe derivare da astralis, in relazione
al caratteristico aspetto raggiato della forma del cratere;
De Lorenzo e Riva (1901) infine fanno derivare il nome da Sterope, uno dei
tre Ciclopi presenti nella zona.
Informazioni Utili
Dove si Trova -
In Via Agnano agli Astroni 468, Napoli.
Apertura - La Riserva è aperta
tutto l'anno, ad esclusione del Capodanno, della Pasquetta e del
Ferragosto.
Orario di Visita - Si può accedere
alla Riserva dalle 9.30 alle 14.00; la chiusura è alle 16.30.
Visite Guidate - Tutte le
domeniche alle 10.00, alle 11.00 ed alle 12.00. Dal lunedì al sabato su
prenotazione (solo per i gruppi).
Prenotazioni - La prenotazione è
obbligatoria per gruppi e scolaresche, e deve essere effettuata
direttamente presso la Riserva, telefonando allo 0815883720 (tel.) o allo
0815881255 (tel. e fax).
Come si Raggiunge* - In auto,
dalla Tangenziale di Napoli uscire ad Agnano, svoltare a
destra e proseguire per 1,2 Km circa. Dal centro di Napoli seguire le
indicazioni per Agnano - Ippodromo; passato l'Ippodromo proseguire
dritto per ancora 1,5 Km. Con i mezzi pubblici, utilizzare l'autolinea
A.N.M. C14, la quale fa capolinea a Pianura (Stazione
Ferrovia Circumflegrea) e a Piazza Salvemini (vicino alle
Stazioni di Bagnoli della Ferrovia Cumana e della
Metropolitana F.S.).
Su
gentile concessione dei curatori del sito:http://www.astroni.it
|