La città di NAPOLI: Non tutto ma di tutto su questa magnifica città. I suoi monumenti , i musei, le chiese i personaggi illustri, le sue tradizioni le leggende e tanto altro ancora. Visti attraverso un profilo storico e culturale.

 

Il cratere degli
Astroni

Via Agnano agli Astroni 468, Napoli
Veduta aerea del cratere degli Astroni

 

Posizione Geografica

La Riserva Naturale dello Stato "Cratere degli Astroni" (Long. 14°10'E, Lat. 40°50'N) è situata in Campania nella zona dei Campi Flegrei ad ovest della città di Napoli. E' compresa fra il piano di Agnano ad est, il monte Leucogeo a sud, a nord il territorio di Pianura, mentre l'antica strada Campana la costeggia ad Ovest. Geologicamente rappresenta il risultato dell'attività eruttiva sviluppatasi nel terzo periodo Flegreo, precisamente 3700 anni fa.

Cenni Storici


La storia documentata degli Astroni comincia con quella dei suoi bagni termali: tutta la regione flegrea era ricca di acque minerali e termali, intorno alle quali si riunì il lusso e la corruzione romana dalla fine della Repubblica in poi.
La fama dei bagni termali continuò fino al XII secolo quando furono distrutti probabilmente dai medici della Scuola Salernitana, gelosi, si narra, delle guarigioni operate gratuitamente da quelle acque.
Nel 1217 Federico II li fece ristrutturare nelle vicinanze del lago più grande come si legge anche dalla iscrizione Aragonese all'ingresso della vecchia grotta di Pozzuoli.
Il medico Pietro d'Eboli lo ricorda nel suo poema "De Balneis Terrae Laboris", scritto fra il 1212 e il 1221, e dedicato a Federico II. In una versione in prosa del manoscritto per ciascuno dei bagni flegrei che vi è descritto, è data una figura nella quale sono rappresentati gli infermi che mostrano il morbo e la parte del corpo per la quale per la quale il bagno è indicato: il bagno degli Astroni era diviso in due , uno per gli uomini e l'altro per le donne.
E due bagni, difatti, ritrovò e riconobbe il medico don Sebastiano Bartolo al quale, nel secolo XVII, Pietro d'Aragona, Viceré di Napoli, commise il lavoro di rintracciare i bagni e le sorgenti persi nell'incendio causato dall'eruzione di Montenuovo (1538). Nel 1667 egli scrive:
"li due bagni degli Struni li ho ritrovati con molta fatica, ma si incontrano difficoltà a restituire le acque, per essere lontani dal lago vicino".
Oggi di questi bagni non c'è più alcuna traccia; è probabile anche che le rovine degli stessi siano state in parte coperte dal terreno e dalla vegetazione, ed in parte rimosse per la costituzione del bosco al tempo di Carlo I di Borbone.
Finita la fama di antichi bagni termali, il cratere degli Astroni cominciò ad essere famoso come Riserva di Caccia. Fu Alfonso d'Aragona che, nel XV secolo, lo indirizzò come tale, facendo innalzare, lungo l'orlo del cratere, un alto terrapieno.
In uno scritto del XV secolo, Loise De Rosa ne testimonia la riservatezza:
"...cinghiali, caprioli e cervi vi entrano e non ne escono più, perché vi trovano erbaio abbondante, un bosco, acqua a volontà e non sono cacciati mai se non dal Re che ne ha la chiave..." La battuta di caccia più famosa avvenuta nella Riserva degli Astroni, come descritta da Bartolomeo Faccio, fu indetta da Alfonso I il 16 aprile del 1452 in onore dell'imperatore Federico III in occasione del suo matrimonio con Eleonora d'Aragona, nipote di Alfonso I d'Aragona. Un'altra caccia famosa fu organizzata da Don Pedro di Toledo nel 1535, in onore di Carlo V di ritorno dall'impresa di Tunisi. Altre battute di caccia nel Sito Reale degli Astroni ci furono fino al 1691, quando il Viceré Francesco Benavides, forse a corto di denaro, cominciò a trattare per la vendita degli Astroni in forma feudale. Dopo varie stime ed aste rimaste deserte, nel 1699, gli Astroni furono venduti a Giuseppe de Marino per 40.500 ducati. In seguito furono acquistati da Andrea Giovine, luogotenente della Real Camera, che pare sia stato il principale artefice della dissodazione degli Astroni utilizzando il bosco per il taglio e la vendita del legname. Nel 1721 un suo erede, Giovanni Giovine, donò la tenuta degli Astroni ai Gesuiti, che li tennero fino al regno di Carlo III di Borbone che nel 1739 iniziò le trattative per la cessione degli Astroni.
Per quanto riguarda l'utilizzo della Riserva, è certo che i Gesuiti coltivarono la parte centrale del cratere, mentre Carlo III lo rimboschì introducendo piante da altre regioni d'Italia e lo riutilizzò come Riserva di Caccia. E' in questo periodo che, a seguito delle numerose incursioni da parte dei cacciatori delle vicine cittadine, Carlo III fece erigere un alto muro circondante il ciglio del cratere, e ne garantì l'accesso con il fabbricato della torre d'ingresso. Provvide pure al ripopolamento della riserva introducendo cinghiali, cervi e caprioli. Sempre a questo periodo appartiene la costruzione della casina di caccia, tuttora esistente. La prima ricostruzione del muro di cinta risale al 1852, quando Ferdinando II ne ordinò la risistemazione a seguito dei danni del tempo e dei cacciatori di frodo. Intanto già non c'erano più caprioli e lo stesso Ferdinando ordinò la distruzione dei cervi rimastivi, perché causavano danno al "crescimento" delle piante. Anche dopo l'unificazione del Regno d'Italia gli Astroni hanno continuato a far parte dei reali siti di caccia dei regnanti, ma poiché non suscitavano più l'interesse come in passato, gli animali presenti seguirono tristi sorti: Re Vittorio Emanuele II ordinò l'uccisione di tutti i cinghiali, perché ritenuti di cattiva razza e la cattura e il trasporto a Licola dei cervi sopravvissuti alla distruzione ordinata da Ferdinando II. In un interessante scritto risalente al 1870 circa, ad opera di Giuseppe Rosati dal titolo: "Le Cacce Reali nelle Province Napoletane - Ricordi di Giuseppe Rosati, Capitano di Caccia di S.M. il Re d'Italia", si leggono interessanti notizie sulla descrizione del bosco e della selvaggina, su alcune cronache relative ad episodi tra cacciatori di frodo e guardie reali avvenuti nella Riserva, e soprattutto, e su questo vale la pena di soffermarsi, su come si svolgeva la caccia ai cinghiali:
"...La caccia al cinghiale suolsi dare in Astroni secondo l'uso della passata dinastia, a mena chiusa, ossia nell'interno della paina. Che cos'è la paina? E' una vasta parte del bosco, chiusa da un recinto di legno, nel quale si penetra per varii cancelli di ferro. Nel mezzo di questo recinto havvi il così detto cibo, ossia il luogo ove ogni giorno, alle ore alle ore 23 italiane, i cinghiali sono assuefatti a venire per mangiare la melica, le castagne, le ghiande, le mele, ecc. Sono chiamati all'appello da una guardia, mediante il rauco suono di una conchiglia marina...Nella lusinga che non voglia riuscire noiosa tenterò di descrivere ai miei lettori, una caccia al cinghiale a mena chiusa. il giorno antecedente a quello fissato per la caccia, verso l'ora del cibo, si situa una guardia per ogni cancello di ferro della paina. Non appena colui ch'è incaricato di chiamare i cinghiali ne osserva una sufficiente quantità riunita e dei più grossi, dà un segnale convenuto, in seguito del quale si chiudono immantinenti tutti i cancelli, rimanendo gli animali prigionieri. Durante la notte, questo dev'esser guardato da persone che accendono dei grandi fuochi, sì per spaventare i cinghiali che strepitano per uscir fuori, quanto per prevenire la malignità di qualcuno, che aprendo di soppiatto un sol cancello, renderebbe vani gli sforzi e i preparativi di chi ha interesse che la caccia riuscisse bene. Ciò è avvenuto qualche volta!
Giunge, intanto, il mattino della caccia e gli invitati sono alle loro poste, antecedentemente costruite; esse sono delle nicchie di fogliame capaci di contenere due persone. Situati tutti, il Direttore delle reali cacce dà con 3 tocchi di cornette il segnale della prima battuta. Questa si esegue col solo aiuto degli scaccioni, o del cordone, la destra del quale è guidata dal Capomena, la sinistra dal suo aiutante ed il centro dalle guardiecaccia. Il cordone viene innanzi dalle spalle dei cacciatori, per indi poi ritornare indietro; tessendo lo spazio chiuso ove si esegue la caccia. Dopo due o tre battute, non ascoltandosi più colpi di fucile dalle poste, si sciolgono i cani e si proseguono le battute con questi animali e con gli scaccioni; non senza buttare nelle macchie enormi bombe-carta a lunga fontana o miccia. Tutto ciò rende la caccia clamorosa, allegra e comoda... per i cacciatori. ..."
Dalla fine del XIX secolo fino agli anni '50 non vi è stata più cacciagione nel bosco degli Astroni, popolato solamente da numerose volpi. Durante l'ultima guerra il cratere degli Astroni fu utilizzato come deposito di armi prima dai Tedeschi e poi dalle Forze Alleate. Dal 1919 al 1970 passò in gestione all'Opera Nazionale Combattenti, che favorì un utilizzo turistico disordinato, motorizzato e distruttivo dell'habitat naturale.
Nel 1970, con la soppressione di alcuni Enti inutili, l'Opera Nazionale Combattenti venne sciolta, e la proprietà degli Astroni passò alla Regione Campania.
Intanto però, il 5 luglio 1966 un gruppo di ambientalisti in visita al cratere fonda il WWF Italia, e già nel 1969 ottiene dal Ministero dell'agricoltura e foreste che gli Astroni divengano una oasi di protezione rifugio per la fauna stanziale e migratoria.
Nel 1978 il WWF partecipa ad una prima proposta formulata dall'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Napoli per l'istituzione di una "Riserva Naturale degli Astroni", e promuove un comitato di tutela fra Enti culturali per la difesa degli Astroni.
Nel 1987 il neonato Ministero dell'Ambiente esordisce con un decreto che istituisce la "Riserva Naturale dello Stato Cratere degli Astroni", con il quale si pone finalmente un vincolo ineludibile all'uso del territorio e contestualmente si affida la gestione al WWF Italia. Nel 1990 si giunge alla firma della convenzione per l'amministrazione e la gestione della riserva fra i due Ministeri competenti (Ambiente ed Agricoltura e Foreste), il WWF e la Regione Campania. Il 25 aprile 1992, con la cerimonia di inaugurazione, si apre al pubblico l'Oasi WWF "Cratere degli Astroni".

Etimologia

L'etimologia del nome Astroni è tuttora un mistero; diverse sono le ipotesi:

Mormile (1617) dice che il nome deriverebbe da Asturum, dalla caccia all'Astore, uccello oramai raro e forse non più nidificante in Campania;

Summonte (1749) ritiene che derivi "dagli Strioni o Stregoni che lo avevano scelto a teatro delle loro ciurmerie";

D'Ancona (1792) fa derivare il nome dalla metatesi della parola Sturnis (a-Strunis), per l'abbondante presenza degli Storni durante il periodo della caccia;

Giustiniani (1797) lo fa derivare da struhis, nome di una felce spontanea degli Astroni, ricordata da Plinio;

Neumann ipotizza che il nome potrebbe derivare da astralis, in relazione al caratteristico aspetto raggiato della forma del cratere;

De Lorenzo e Riva (1901) infine fanno derivare il nome da Sterope, uno dei tre Ciclopi presenti nella zona.


Informazioni Utili

Dove si Trova - In Via Agnano agli Astroni 468, Napoli.

Apertura - La Riserva è aperta tutto l'anno, ad esclusione del Capodanno, della Pasquetta e del Ferragosto.

Orario di Visita - Si può accedere alla Riserva dalle 9.30 alle 14.00; la chiusura è alle 16.30.

Visite Guidate - Tutte le domeniche alle 10.00, alle 11.00 ed alle 12.00. Dal lunedì al sabato su prenotazione (solo per i gruppi).

Prenotazioni - La prenotazione è obbligatoria per gruppi e scolaresche, e deve essere effettuata direttamente presso la Riserva, telefonando allo 0815883720 (tel.) o allo 0815881255 (tel. e fax).

Come si Raggiunge* - In auto, dalla Tangenziale di Napoli uscire ad Agnano, svoltare a destra e proseguire per 1,2 Km circa. Dal centro di Napoli seguire le indicazioni per Agnano - Ippodromo; passato l'Ippodromo proseguire dritto per ancora 1,5 Km. Con i mezzi pubblici, utilizzare l'autolinea A.N.M. C14, la quale fa capolinea a Pianura (Stazione Ferrovia Circumflegrea) e a Piazza Salvemini (vicino alle Stazioni di Bagnoli della Ferrovia Cumana e della Metropolitana F.S.).

 

Su gentile concessione dei curatori del sito:http://www.astroni.it