Cenni storici Delle tre maggiori isole del golfo di
Napoli, Procida è la più piccola, e in molti la ritengono un
antichissimo "distacco" geologico dell'isola d'Ischia. L'isolotto
di Vivara, che ne è parte integrante, vanta insediamenti umani, fra i più
antichi documentati nella Campania, a partire dal neolitico. Di origine
vulcanica, come tutta la zona flegrea a cui appartiene, Procida conserva gli
antichi crateri, ora in parte erosi, nelle insenature della Chiaiolella,
del Carbonchio e del PozzoVecchio. Secondo Plinio il nome
Prochyta deriva dal greco: prochyo (profondo) ma più attendibili
sono le teorie del Marchianò, che cita l'antico termine pelasgo-albanese Prei
ysta (è vicina) riferita alla più grande Pithecusa (Ischia)e di
Marcello Eusebio Scotti e Antonio Maria Scialoja, che sostengono che l'isola fu
anticamente chiamata Procima (prima Cyme) per la vicinanza al
Monte di Cuma. La scoperta a Vivara di ceramiche micenee ci
riporta ancora ai greci quali primi abitatori dell'isola fusi a inevitabili
presenze autoctone.
Molte testimonianze di epoca romana dimostrano come Procida seguisse anche le
vicende di Ischia e Capri.
Onorata dai poeti e dagli storici latini Procida fu citata da Virgilio
che la chiamò "alta" e da Stazio che la definì "aspera".
Nel periodo del ducato bizantino era già celebre per il suo vino se il Conte di
Miseno pretendeva già l'omaggio di venti urne di vino di Procida.
Subì i guasti dei Visigoti di Alarico e dei Vandali di Genserico. Continue
scorribande saracene che funestavano le coste campane costrinsero gli abitanti
di Miseno a rifugiarsi a Procida e il duca annise quel territorio
alla giurisdizione dell'isola tanto che ne derivò il nome Monte di Procida
per la punta di Miseno.
Intorno al primo secolo del Mille si stabilirono a Procida i benedettini
nel cenobio di S. Margherita Vecchia che sovrastava la spiaggia della
Chiaiolella dando inizio a quella grande fioritura di fede che riempirà
l'isola di chiese e di cappelle fino a tutto l'Ottocento. Sul finire del regno
normanno, l'isola divenne feudo della famiglia che ne prenderà il nome ed avrà
in Giovanni da Procida, eroe dei Vespri Siciliani del 1282, il primo vero
signore dell'isola. Forse il castello baronale doveva ergersi nella cittadella
della Terra Murata dove si trova il grande complesso religioso che
è stato, in parte in tempi moderni, sede di un penitenziario tristemente noto,
da poco abolito con il trasferimento in altri edifici penali degli ultimi
ergastolani.
L'isola passò poi ad altre signorie fino a che , nel 1734, con l'avvento
di Carlo III di Borbone e del Regno delle Due Sicilie, la sua storia si fuse con
quella di Napoli.
Fino ad alcuni anni addietro l'isola era molto gelosa della sua "intimità",
attualmente la crisi della marineria ha portato gli interessi di Procida
verso un più remunerativo turismo.
Ogni anno, in occasione delle feste marinare di antica origine popolare, si
elegge la "Graziella" in ricordo del personaggio di La Martine.
Il Venerdì Santo si celebra la festa del Cristo Morto con riti solenni e una
pittoresca processione di incappucciati. La statua del Cristo, che viene esposta
ai piedi dell'altare maggiore dell'abbazia di San Michele, è opera di uno
scultore di presepi, Carmine Lanriceni, che la realizzò nel 1728. Il
Lanriceni viveva a Napoli ed era una persona dabbene, ma non si sa
perché, per molti anni, si disse che era stato condannato all'ergastolo per un
truce delitto e che, liberato per grazia sovrana, aveva scolpito la statua in
segno di riconoscenza. La festa comincia alle sette del mattino, col raduno
della confraternita degli incappucciati, e poi, al suono della tromba e nel
rullo cupo del tamburo, comincia la processione che durerà fino a sera,
tra riti religiosi e sagra popolare.