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Si ringrazia la collaborazione della
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AGIOGRAFIA DEL La Storia del
martirio di San Gennaro, ci è pervenuta tramite le varie “Passiones”, e cioè
La Passione Bolognese narra invece vicende diverse dalla Passio precedente ma soprattutto diverse dal racconto di Falcone, dando alla madre del Santo un nuovo nome ossia Eusebia, invece di Teonora, e non parla della sosta del Santo a Nola, ma narra che Gennaro, insieme con Festo e Desiderio, si recò da Benevento a Miseno ove vi era Sossio, che osteggiava il culto alla Sibilla cumana. Giunto a Miseno gli fu riferito che Sossio era in carcere perché non aveva rinnegato la sua Fede. Il prefetto Draconzio convocò Gennaro, insieme con i suoi accompagnatori, i quali non temerono di dichiararsi cristiani, affermando esplicitamente la loro fede. Il prefetto dunque decise di darlo in pasto a belve. Ma ciò non avvenne in quanto il giorno seguente Draconzio commutò la pena con la decapitazione. Le due Passioni (Vaticana e Bolognese) concordano sulla data del martirio: 19 settembre 305. I Santi martiri vengono condotti nelle vicinanze della Solfatara di Pozzuoli. Lungo il cammino - racconta la Passione Bolognese – si avvicinò a Gennaro un mendicante, che voleva le sue vesti. Le guardie però lo allontanarono, Gennaro per consolarlo gli promise un "ricordo", e gli mostrò un fazzoletto, che i carnefici avrebbero usato per bendargli gli occhi al momento del martirio. La lama del carnefice, con un colpo ne recise il capo. Una donna raccolse il sangue dei martiri per conservarlo in due ampolle di vetro. Successivamente Gennaro apparve al mendicante e gli regalò il fazzoletto che gli aveva bendato gli occhi prima della decapitazione. Fu stabilito dal governo di Roma che i corpi dei martiri cristiani dovevano restare insepolti ed esposti alle intemperie, agli animali randagi e ai ladri. Ma i napoletani presero il corpo di San Gennaro e lo seppellirono nel vicino cosiddetto agro marciano. Le reliquie di San Gennaro rimasero lì oltre cento anni, finché il 13 aprile 431 vennero trasportate nelle “catacombe di San Gennaro” a Capodimonte per ordine di San Giovanni I, vescovo di Napoli. Qui vi rimasero esattamente 400 anni, fino a quando Sicone, principe di Benevento, dopo aver assediato Napoli, trafugò nell’831 le ossa del Santo per traslarle a Benevento. Nel 1154 Guglielmo ottenne sia l’investitura che le reliquie di San Gennaro, che traslocò nell’abbazia di Montevergine nel 1156. Nel 1489 Ferdinando I e sua moglie si recarono nel duomo di Napoli per venerare la teca contenente il sangue del Santo, il sangue si sciolse. Il re chiese al nuovo arcivescovo Oliviero Carafa di perorare la causa presso il papa Innocenzo VIII. Ma il Papa Piccolomini, non vedendo di buon occhio gli Aragonesi, non se ne interessò. Con Ferdinando II, successore di Ferdinando I, vi fu una processione, avviarono verso Montevergine. I monaci si barricarono nel monastero per occultare le reliquie, sotterrandole nel bosco. Ma quando Bernardino, il superiore, tornò al monastero, non volendo incorrere in qualche scomunica per colpa dei monaci, chiesto scusa, consegnò le reliquie del Santo, che furono trasportate a Napoli in un’urna, dove da allora hanno stabile dimora. Il nome di San Gennaro è legato intimamente a quello di Napoli, di cui, fin dai primi secoli, è il patrono principale. Le vicende fauste e tristi della città s’incentrano nel nome e nel culto del Martire e della reliquia del suo sangue miracoloso. Il miracolo del sangue di San Gennaro, celebre in tutto il mondo, consiste nella liquefazione del sangue, che si verifica nel sabato precedente la prima domenica di maggio e il 19 settembre, festa del Santo. Oltre che a Napoli, il miracolo si verifica pure quasi simultaneamente nella chiesa di San Gennaro alla Solfatara di Pozzuoli, sulla pietra su cui la trazione vuole fu decapitato il Santo. Il 16 giugno 1980 Giovanni Paolo II nominò San Gennaro protettore di tutta la Campania.
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