La città di NAPOLI: Non tutto ma di tutto su questa magnifica città. I suoi monumenti , i musei, le chiese i personaggi illustri, le sue tradizioni le leggende e tanto altro ancora. Visti attraverso un profilo storico e culturale.

Si ringrazia la collaborazione della
dott.ssa. Katia Vallefuoco per la realizzazione di queste pagine

IL MARTIRIO DI
SAN GENNARO

MARTIRIO, MARTIROLOGIO E SANTO COME CREAZIONE DELLA CHIESA 

Durante i primi tre secoli dell’era cristiana, due furono gli elementi principali che determinano il ruolo San Gennarodel cristianesimo: il suo evolversi come nuova fede ed i fatto che ciò avvenne nel contesto sociale, culturale e religioso del tardo impero romano.
La facilità di adattarsi a questo contesto influenzò in modo determinante l’organizzazione, le esigenze e perfino i conflitti con Roma della comunità cristiana e la sua architettura va considerata nel quadro generale del mondo ellenistico- romano.
L’emergere di un culto come quello cristiano nel I sec. d.C. si integrò perfettamente nel clima di flussi religiosi esoterici e rinchiusi in sette elettive tipiche di questo periodo di sincretismo religioso clandestino, in un clima dove la religione politeista romana diventa elemento di coesione.
Queste ritualità esotiche come quelle dedicate al dio Mitra o della divina Iside sono intercessioni di culture diverse con religioni non secolarizzate, ancora intrise di umore mitico-rituale, e promettono una realtà salvifica dopo la morte.
La religione cristiana promette una vita oltremondana ma soprattutto una sopravvivenza nella quale la violenza e la forza sono valori che preludono ad una esistenza senza futuro. È  l’amore il motore del cristianesimo con una divinità che si fa uomo per far capire agli uomini il valore dell’esistere e sacrifica la sua forma umana con la crocifissione, per espiare tutte le colpe del mondo.
Nel contesto romano, dove la cristianità si sviluppa e prende piede, tale religione che appunto come suddetto prometteva un aldilà ricco di serenità ed amore, cosa che invece non era mai stata nella vita reale, era elemento di trascinamento per popoli vessati dalla non sempre giusta dominazione romana.
Il dramma che colpì il cristianesimo come fenomeno culturale prima e religioso poi si concretizzò proprio nella grande fortuna che la nuova religione incontrò e dei numerosi adepti che la scelsero come fede.
L’impero romano vedeva nella religione di stato un elemento di coesione totalizzante per l’immenso numero di cittadini romani che contemplavano la sua unione, ed una religione come quella cristiana dotata di elementi allettanti ed attraenti come il professare l’amore e non la guerra ed un trionfo dei deboli sui forti, era una mina vagante e fuorviante, una vera e propria minaccia per il colosso Roma.
È proprio da questo presupposto che iniziarono le innumerevoli persecuzioni nei confronti dei cristiani e l’impossibilità per i primi anni di diffusione del culto di professare liberamente la religione.
Il culto e il suo sviluppo vennero costretti in una clandestinità che antiteticamente rafforzò ancora di più il senso principale del rito: l’amore fra i popoli e per il prossimo.
Anche l’architettura ecclesiastica venne plasmata sulla clandestinità: semplici case del popolo vennero assise a luoghi di culto, nelle quali domus stanze predisposte erano teatro della creazione delle tappe della ritualità cristiana che crebbe a mano a mano che il senso della fede si fece sempre più forte.
Il culto era figlio dell’ebraismo e parlava aramaico, si fece grande nonostante l’opposizione dello stato romano ed arrivò a Roma, secondo il Vangelo, grazie all’azione di predicazione di San Paolo.
La fede si insinuò addirittura fra le alte cariche dell’Impero e fu così che Roma dichiarò guerra ai cristiani con atti di proscrizione inenarrabili. Partendo da Nerone arrivando alla crudeltà di Diocleziano, un numero non indifferente di cristiani perse la vita con le pene più atroci, accusato di oltraggio alla religione romana e all’Imperatore stesso, divinità in terra.
I cristiani uccisi morivano in nome di Cristo non rinnegando mai la fede nel Signore, così come Cristo stesso non aveva negato l’amore per il Padre suo dinnanzi ai romani che lo crocifissero.
Il termine martire, dal greco “μάρτυς” = testimone,  individuava ciascuno dei testimoni della vita del Cristo e della sua resurrezione, gli apostoli dunque che sfidando ogni pericolo si facevano attestatori della verità evangelica, e che per questa verità confessata morivano straziati da ogni pena ammettendo e mai rinnegando il sacrificio divino.
I supplizi pubblici perpetrati dai romani nei confronti dei cristiani erano una forma di terrorismo religioso: chi professava la religione cristiana doveva fare una brutta morte. Ma fra i proseliti del Signore era costume non rinnegare mai il Dio creatore ed il Figlio sceso in terra.
L’atto della confessione della propria fede anche al prezzo della vita era sintomo di unicità, e di grande fede. Un modello da seguire e da osannare.
Le condizioni secondo la Chiesa, ancora giovane come allora come istituzione, erano diverse e conditio sine qua non per ottenere il requisito di martire: subire supplizio pubblico dinnanzi alle istituzioni romane, non rinnegare mai il nome di Dio e professare fino alla morte la parole di Cristo.
Il martire era la voce di Cristo, la parola di Dio e la forza della fede: una fede che dettava un nuovo modo di vedere e concepire l’importanza dell’uomo.
I primi martiri, testimoni fino alla morte della parola del Dio, e ambasciatori della sua Chiesa, furono gli Apostoli, ma ad essi susseguirono un numero notevole di fedeli, qualcuno direbbe fanatici, attorno ai quali si svilupparono una serie di culti di venerazione.
Alle tombe di questi martiri il rito cristiano fino al III sec. d.C. diede un risalto enorme e sui c.d. “martyria” si tenevano momenti altissimi della ritualità: si teneva la messa in nome ed in ricordo dei personaggi che avevano tenuto alto il nome della chiesa di Cristo.
I martyria, il cui luogo di culto era divenuto ormai alla stregua degli heroa ellenistici, divenne con l’andare dei secoli un luogo di pellegrinaggio da parte dei fedeli e su di esso si costruirono edifici caratteristici a protezione e a rivalutazione della tomba, come luogo di protezione della fede cristiana.
Fu proprio la figura del martire a diventare il centro del fenomeno fede: il martire che sacrifica la vita è l’emblema della fede pervasiva della religione e punto di coesione tant’è che quando nel IV sec. il culto era ormai istituzionalizzato e i martyria ormai moltiplicati anche nel mondo romano il corpo del martire divenne reliquia, ovvero testimonianza della potenza divina ed divenne per i pontefici il mezzo di aggregazione dei fedeli.
Il fenomeno delle traslazioni coincise con la crescente liturgia che ebbe gravissime conseguenze per la conservazione dei corpi dei martiri.
Liturgicamente la traslazione si ispira al principio che l’Eucarestia doveva essere celebrata sul sangue del martire. Il tiro in questione si sviluppa sul concetto secondo il quale il sangue del martire per il sacrificio subito metamorficamente si identifica con il sangue del sacrificio di Cristo: il Signore si immola per il bene dell’umanità, il martire si immola per portare nel mondo la parola ed il sacrificio di Dio.
Dalla primitiva  consuetudine dell’agape presso la tomba venerata, alla celebrazione nel giorno dell’anniversario della morte del martire, finendo per assimilare la tomba del martire con quella stessa del Signore, si passò allo smembramento del corpo del testimone di Cristo.
Ogni parte del corpo era intrisa di santità ed era testimonianza dell’azione di Dio in terra: ogni chiesa fra le più importanti d’Oriente e d’Occidente fecero a gara per avere anche una piccola reliquia , un osso del martire.
In Occidente il fenomeno delle traslazioni non attecchì subito: solo le invasioni, il conseguente abbandono delle campagne e specialmente il fenomeno della profanazione delle tombe fecero cadere ogni riserba e le traslazioni iniziarono anche in Occidente.
Del resto l’abbandono progressivo dei cimiteri dal VII sec. in poi coincide con la totale traslazione dei corpi santi allora noti, mentre di pari passo con la squallida agonia della campagne si accentua il fenomeno dell’urbanesimo.
In Occidente le reliquie attorno alle quali si sviluppò un continuo ciclo di pellegrinaggi, vennero custodite in teche in legno visibili in cappelle adibite a ciò o in cassette collocate sotto i vari altari presenti nelle chiese.
In Oriente il culto dei martiri seguì uno sviluppo particolare.
Partendo dal principio che il reliquiario doveva essere raggiunto dai fedeli, non si usarono teche o cassette da collocare sotto l’altare centrale, ma casse marmoree, sarcofagi speciali muniti di canalino di scolo, dal quale il popolo raccoglieva l’olio santificato dal contatto con le reliquie.
Il sarcofago veniva esposto alla venerazione in uno degli ambienti della chiesa, trasformato per la nuova funzione. Quando tale camera non presentò più spazio sufficiente a contenere i fedeli o dovette servire per nuove esigenze, si trasformarono i martyria in mausolei.
Le traslazioni portarono a casi di promiscuità inaudite e a dispersioni uniche, dove i corpi smembrati dei martiri non ebbero più pace: il commercio sugli spostamenti coinvolse la chiesa e una reliquia potè subire numerosi spostamenti fino poi a trovare una collocazione ben definita, subendo modifiche inattendibili e perdita di dati sostanziali come addirittura la provenienza e l’appartenenza ad un santo o all’altro.
Addirittura la psicosi da reliquia creò anche delle reliquie che possono essere definite improprie: anche oggetti presumibilmente entrati in contatto con i martiri divennero centro di culto, come ad esempio frammenti di vestiti o oggetti per la celebrazione dei riti cristiani che la tradizione fece entrare in contatto con  il martire.
Il culto cristiano creò anche un calendario, il martilogio, dove erano registrate le date dei giorni della morte, quindi del martirio, di questi particolari personaggi. Era fondamentale per i pellegrini avere un calendario come punto di riferimento per i giorni nei quali effettuare i pellegrinaggi alle tombe dei martiri.
La creazione del santo da parte della chiesa fu uno strumento di aggregazione. La santificazione, come la creazione del martire, fu una procedura che venne istituita dalla chiesa e contemplò la glorificazione e la procedura di adorazione di singolari personaggi che nella loro vita terrena furono l’espressione in terra della forza divina: a loro venne associato il concetto di miracolo così come per la vita di Cristo.
Il santo fu per la chiesa colui il quale sacrificò la propria vita in nome di Dio e ebbe sul suo corpo e nel suo percorso la testimonianza della divinità: il miracolo è un evento, strascico delle religioni mitico sacrali, nel quale il dio manifesta la sua potenza dando vita a circostanze abnormi.
Il santo è dunque espressione della forza cratofanica divina. Ma diventa anche uno degli strumenti di aggregazione da parte della chiesa: quando il ricordo di Cristo non basta più allora si ricorre alla creazione vera e propria di personaggi vicini a Cristo, con il potere da esso conferitogli di manifestare la potenza divina  e la condizione salvifica del miracolo.
E’ in quest’ottica che si deve inserire la vita di San Gennaro come quella di tutti i Santi del calendario cristiano.

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