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MARTIRIO,
MARTIROLOGIO E
SANTO COME CREAZIONE DELLA CHIESA
Durante i primi tre secoli dell’era cristiana, due furono gli elementi
principali che determinano
il
ruolo
del cristianesimo: il suo evolversi come nuova fede ed i fatto che ciò
avvenne nel contesto sociale, culturale e religioso del tardo impero romano.
La facilità di adattarsi a questo contesto influenzò in modo determinante
l’organizzazione, le esigenze e perfino i conflitti con Roma della comunità
cristiana e la sua architettura va considerata nel quadro generale del mondo
ellenistico- romano.
L’emergere di un culto come quello cristiano nel I sec. d.C. si integrò
perfettamente nel clima di flussi religiosi esoterici e rinchiusi in sette
elettive tipiche di questo periodo di sincretismo religioso clandestino, in un
clima dove la religione politeista romana diventa elemento di coesione.
Queste ritualità esotiche come quelle dedicate al dio Mitra o della divina Iside
sono intercessioni di culture diverse con religioni non secolarizzate, ancora
intrise di umore mitico-rituale, e promettono una realtà salvifica dopo la
morte.
La religione cristiana promette una vita oltremondana ma soprattutto una
sopravvivenza nella quale la violenza e la forza sono valori che preludono ad
una esistenza senza futuro. È l’amore il motore del cristianesimo con una
divinità che si fa uomo per far capire agli uomini il valore dell’esistere e
sacrifica la sua forma umana con la crocifissione, per espiare tutte le colpe
del mondo.
Nel contesto romano, dove la cristianità si sviluppa e prende piede, tale
religione che appunto come suddetto prometteva un aldilà ricco di serenità ed
amore, cosa che invece non era mai stata nella vita reale, era elemento di
trascinamento per popoli vessati dalla non sempre giusta dominazione romana.
Il dramma che colpì il cristianesimo come fenomeno culturale prima e religioso
poi si concretizzò proprio nella grande fortuna che la nuova religione incontrò
e dei numerosi adepti che la scelsero come fede.
L’impero romano vedeva nella
religione di stato un elemento di coesione totalizzante per l’immenso numero di
cittadini romani che contemplavano la sua unione, ed una religione come quella
cristiana dotata di elementi allettanti ed attraenti come il professare l’amore
e non la guerra ed un trionfo dei deboli sui forti, era una mina vagante e
fuorviante, una vera e propria minaccia per il colosso Roma.
È proprio da questo presupposto che iniziarono le innumerevoli persecuzioni nei
confronti dei cristiani e l’impossibilità per i primi anni di diffusione del
culto di professare liberamente la religione.
Il culto e il suo sviluppo vennero costretti in una clandestinità che antiteticamente rafforzò ancora di più il senso principale del rito: l’amore fra
i popoli e per il prossimo.
Anche l’architettura ecclesiastica venne plasmata sulla clandestinità: semplici
case del popolo vennero assise a luoghi di culto, nelle quali domus stanze
predisposte erano teatro della creazione delle tappe della ritualità cristiana
che crebbe a mano a mano che il senso della fede si fece sempre più forte.
Il culto era figlio dell’ebraismo e parlava aramaico, si fece grande nonostante
l’opposizione dello stato romano ed arrivò a Roma, secondo il Vangelo, grazie
all’azione di predicazione di San Paolo.
La fede si insinuò addirittura fra le alte cariche dell’Impero e fu così che
Roma dichiarò guerra ai cristiani con atti di proscrizione inenarrabili.
Partendo da Nerone arrivando alla crudeltà di Diocleziano, un numero non
indifferente di cristiani perse la vita con le pene più atroci, accusato di
oltraggio alla religione romana e all’Imperatore stesso, divinità in terra.
I cristiani uccisi morivano in nome di Cristo non rinnegando mai la fede nel
Signore, così come Cristo stesso non aveva negato l’amore per il
Padre suo
dinnanzi ai romani che lo crocifissero.
Il termine martire, dal greco “μάρτυς” = testimone, individuava ciascuno dei
testimoni della vita del Cristo e della sua resurrezione, gli apostoli dunque
che sfidando ogni pericolo si facevano attestatori della verità evangelica, e
che per questa verità confessata morivano straziati da ogni pena ammettendo e
mai rinnegando il sacrificio divino.
I supplizi pubblici perpetrati dai romani nei confronti dei cristiani erano una
forma di terrorismo religioso: chi professava la religione cristiana doveva fare
una brutta morte. Ma fra i proseliti del Signore era costume non rinnegare mai
il Dio creatore ed il Figlio sceso in terra.
L’atto della confessione della propria fede anche al prezzo della vita era
sintomo di unicità, e di grande fede. Un modello da seguire e da osannare.
Le condizioni secondo la Chiesa, ancora giovane come allora come istituzione,
erano diverse e conditio sine qua non per ottenere il requisito di martire:
subire supplizio pubblico dinnanzi alle istituzioni romane, non rinnegare mai il
nome di Dio e professare fino alla morte la parole di Cristo.
Il martire era la voce di Cristo, la parola di Dio e la forza della fede: una
fede che dettava un nuovo modo di vedere e concepire l’importanza dell’uomo.
I primi martiri, testimoni fino alla morte della parola del Dio, e ambasciatori
della sua Chiesa, furono gli Apostoli, ma ad essi susseguirono un numero
notevole di fedeli, qualcuno direbbe fanatici, attorno ai quali si svilupparono
una serie di culti di venerazione.
Alle tombe di questi martiri il rito cristiano fino al III sec. d.C. diede un
risalto enorme e sui c.d. “martyria” si tenevano momenti altissimi della
ritualità: si teneva la messa in nome ed in ricordo dei personaggi che avevano
tenuto alto il nome della chiesa di Cristo.
I martyria, il cui luogo di culto era divenuto ormai alla stregua degli heroa
ellenistici, divenne con l’andare dei secoli un luogo di pellegrinaggio da parte
dei fedeli e su di esso si costruirono edifici caratteristici a protezione e a
rivalutazione della tomba, come luogo di protezione della fede cristiana.
Fu proprio la figura del martire a diventare il centro del fenomeno fede: il
martire che sacrifica la vita è l’emblema della fede pervasiva della religione e
punto di coesione tant’è che quando nel IV sec. il culto era ormai
istituzionalizzato e i martyria ormai moltiplicati anche nel mondo romano il
corpo del martire divenne reliquia, ovvero testimonianza della potenza divina ed
divenne per i pontefici il mezzo di aggregazione dei fedeli.
Il fenomeno delle traslazioni coincise con la crescente liturgia che ebbe
gravissime conseguenze per la conservazione dei corpi dei martiri.
Liturgicamente la traslazione si ispira al principio che l’Eucarestia doveva
essere celebrata sul sangue del martire. Il tiro in questione si sviluppa sul
concetto secondo il quale il sangue del martire per il sacrificio subito
metamorficamente si identifica con il sangue del sacrificio di Cristo: il
Signore si immola per il bene dell’umanità, il martire si immola per portare nel
mondo la parola ed il sacrificio di Dio.
Dalla primitiva consuetudine dell’agape presso la tomba venerata, alla
celebrazione nel giorno dell’anniversario della morte del martire, finendo per
assimilare la tomba del martire con quella stessa del Signore, si passò allo
smembramento del corpo del testimone di Cristo.
Ogni parte del corpo era intrisa di santità ed era testimonianza dell’azione di
Dio in terra: ogni chiesa fra le più importanti d’Oriente e d’Occidente fecero a
gara per avere anche una piccola reliquia , un osso del martire.
In Occidente il fenomeno delle traslazioni non attecchì subito: solo le
invasioni, il conseguente abbandono delle campagne e specialmente il fenomeno
della profanazione delle tombe fecero cadere ogni riserba e le traslazioni
iniziarono anche in Occidente.
Del resto l’abbandono progressivo dei cimiteri
dal VII sec. in poi coincide con la totale traslazione dei corpi santi allora
noti, mentre di pari passo con la squallida agonia della campagne si accentua il
fenomeno dell’urbanesimo.
In Occidente le reliquie attorno alle quali si sviluppò un continuo ciclo di
pellegrinaggi, vennero custodite in teche in legno visibili in cappelle adibite
a ciò o in cassette collocate sotto i vari altari presenti nelle chiese.
In Oriente il culto dei martiri seguì uno sviluppo particolare.
Partendo dal
principio che il reliquiario doveva essere raggiunto dai fedeli, non si usarono
teche o cassette da collocare sotto l’altare centrale, ma casse marmoree,
sarcofagi speciali muniti di canalino di scolo, dal quale il popolo raccoglieva
l’olio santificato dal contatto con le reliquie.
Il sarcofago veniva esposto
alla venerazione in uno degli ambienti della chiesa, trasformato per la nuova
funzione.
Quando tale camera non presentò più spazio sufficiente a contenere i fedeli o
dovette servire per nuove esigenze, si trasformarono i martyria in mausolei.
Le traslazioni portarono a casi di promiscuità inaudite e a dispersioni uniche,
dove i corpi smembrati dei martiri non ebbero più pace: il commercio sugli
spostamenti coinvolse la chiesa e una reliquia potè subire numerosi spostamenti
fino poi a trovare una collocazione ben definita, subendo modifiche
inattendibili e perdita di dati sostanziali come addirittura la provenienza e
l’appartenenza ad un santo o all’altro.
Addirittura la psicosi da reliquia creò anche delle reliquie che possono essere
definite improprie: anche oggetti presumibilmente entrati in contatto con i
martiri divennero centro di culto, come ad esempio frammenti di vestiti o
oggetti per la celebrazione dei riti cristiani che la tradizione fece entrare in
contatto con il martire.
Il culto cristiano creò anche un calendario, il martilogio, dove erano
registrate le date dei giorni della morte, quindi del martirio, di questi
particolari personaggi. Era fondamentale per i pellegrini avere un calendario
come punto di riferimento per i giorni nei quali effettuare i pellegrinaggi alle
tombe dei martiri.
La creazione del santo da parte della chiesa fu uno strumento di aggregazione.
La santificazione, come la creazione del martire, fu una procedura che venne
istituita dalla chiesa e contemplò la glorificazione e la procedura di
adorazione di singolari personaggi che nella loro vita terrena furono
l’espressione in terra della forza divina: a loro venne associato il concetto di
miracolo così come per la vita di Cristo.
Il santo fu per la chiesa colui il quale sacrificò la propria vita in nome di
Dio e ebbe sul suo corpo e nel suo percorso la testimonianza della divinità: il
miracolo è un evento, strascico delle religioni mitico sacrali, nel quale il dio
manifesta la sua potenza dando vita a circostanze abnormi.
Il santo è dunque espressione della forza cratofanica divina. Ma diventa anche
uno degli strumenti di aggregazione da parte della chiesa: quando il ricordo di
Cristo non basta più allora si ricorre alla creazione vera e propria di
personaggi vicini a Cristo, con il potere da esso conferitogli di manifestare la
potenza divina e la condizione salvifica del miracolo.
E’ in quest’ottica che si deve inserire la vita di San Gennaro come quella di
tutti i Santi del calendario cristiano.
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