SAN GENNARO
BALUARDO DEI
POVERI
Il particolare contesto nel quale
si sviluppa la religiosità napoletana affonda le radici nella concezione
pagana
della pietas romana e prima ancora in quella greca. Il senso di pietà tipico
delle divinità pagane si esplica chiaramente nella cultura cristiana e così essa
si sublima nella creazione di personaggi come i martiri di cui abbiamo
ampiamente parlato in questo contesto, e come gli stessi Santi, “strumenti” di
divulgazione e di “umanizzazione” della condizione della chiesa cristiana.
Le divinità politiche e religiose
in senso stretto nella cultura romana sviluppavano un senso della pietas molto
profondo: l’amore incondizionato per gli avi, il culto dei morti intriso di
rispetto e solennità sono caratteristiche che sono state “adottate” in pieno
dalla religiosità cristiana, che le rilancia nella gamma dei sentimenti tale da
essere portate al primo posto.
Il cristianesimo è il miglior
esempio della ricerca di una religiosità che sconfina dalla potenza terrena, e
che promette invece un regno al di là della dimensione mondana che dovrà
necessariamente essere un luogo di giustizia, per chi invece in terra ha subito
ingiustizie e soprusi e che non ha mai avuto la fortuna o l’abilità dalla sua:
in pratica promette la vittoria per i deboli.
Il martire in senso stresso è un
debole secondo il mondo pagano, in quanto non risponde ai canoni prescritti
dalla consuetudine, ma diventa forte, più forte che mai nel mondo ultraterreno
al fianco di un Dio che ci dice: “Gli ultimi saranno i primi!”.
La debolezza, i soprusi, le
violenze alle quali era sottoposta la maggior parte della popolazione romana
sembrano essere i motori propulsori di una religione come quella cristiana che
vede come “vincitori” coloro i quali abbracciano il "Bene" nella loro vita. Una
vita che sarà costellata da sofferenze ma che avrà picchi di forza interiore
nell’ammissione di fronte ad un mondo pagano della propria fede, unica forza per
il cristiano.
Il Santo è colui il quale ha
vissuto nella povertà fisica e nel bisogno, ma non nella povertà d’animo. È
stato prescelto come manifestazione cratofanica mondana dal Dio, che conferisce
in lui una forza terrifica e straordinaria, capace di interrompere tempi e spazi
forti della realtà mondana e innestare il fenomeno illogico del miracolo.
Ma il Santo, manifestazione teofanica, non è altro che un debole anch’egli nella condizione pagana.
È proprio questa condizione di
debolezza che rende i Santi, i Martiri, strumenti di aggregazione e baluardi di
speranza salvifica per il cristiano e per il cristianesimo, che vive per la
maggior parte una fede fatta di consolazione e di speranza per una vita oltre la
morte che sia l’opposto di questa testé vissuta.
Il povero, il diseredato vedono
nel Santo l’unica fonte di salvezza per modificare un’esistenza che è sempre,
sistematicamente negativa.
È il Santo che con il potere
conferitogli da Gesù Cristo salva una condizione di disperazione e di dolore, il
cui protagonista è il cristiano diseredato.
La religiosità napoletana, così
come la stessa metodologia filosofica nell’affrontare la vita, si rivolge ad una
manifestazione cratofanica forte come quella di San Gennaro.
Il sangue che si scioglie, il
terrifico momento illogico di una teofania così prepotente è la maggior arma
d’aggregazione per la chiesa. È la tangibile testimonianza del miracolo che
rompe la disperazione ed è la maggiore testimonianza di un Dio che c’è e che
potrà portare a tempo debito giustizia e salvazione.
Il Dio che si manifesta è il solo
momento nel quale il debole diventa forte perché sconfigge il "Male" che invece si
beffeggia di lui.
Napoli è una realtà nella quale
condizioni storiche, epidemie, dominazioni, condizioni economiche di notevole
indigenza hanno dato vita ad innumerevoli fette della popolazione dove il "Male",
inteso come povertà, emarginazione, dolore ha attecchito radici molto profonde.
Il povero napoletano dunque si
rivolge a San Gennaro, perché San Gennaro è la manifestazione cratofanica di un
Dio che risolleva le sorti, con un evento eclatante come quello della
liquefazione del sangue. Questo sangue bolle, zampilla, si scioglie e porta così
in terra il "Bene" sottoforma di miracolo, un atto perpetuo e continuo e la
manifestazione tangibile che il Dio esiste e “vuole bene” ai Napoletani.
La collocazione della basilica
extra- moenia di San Gennaro, detta appunto dei poveri fu sicuramente strategica
in una zona fuori le mura e quindi fuori il mondo pagano, ma anche fuori da
condizioni di sostanziale agiatezza, tipiche invece di coloro i quali
all’interno delle mura detenevano il potere.
Oggi la basilica è innestata in
un particolare contesto come quello del presidio ospedaliero di San Gennaro dei
Poveri.
Il borgo dei Vergini, il vallone della Sanità
apparivano una vera e propria città, una "città dei borghi" che fino al
XV sec.
si era sviluppata autonomamente, alternando all'edilizia povera e spontanea,
sorta ai margini delle cupe e dei cavoni, le fabbriche nobiliari e religiose.
I cimiteri
extra- moenia che costellavano la zona erano solo spettatori della vita
d’emarginazione e di difficoltà che veniva vissuta dal napoletano. Pesti,
epidemie, mietevano vittime innumerevoli e la zona divenne un lazzaretto a cielo
aperto e sulla porta nord est della città venne apposta la figura di San Gennaro
protettore dei deboli, che guardava nella direzione di coloro i quali erano
stati maltrattati dalla vita mondana, ma che avrebbero avuto il regno dei cieli.
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Si ringrazia la collaborazione della dott.ssa.
Katia Vallefuoco per la realizzazione di queste pagine |
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