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La famiglia Moscati proviene
da S.Lucia di Serino, piccolo paese in provincia di
Avellino. Qui nel 1836 nacque Francesco, il padre del futuro
Santo, che si laureò in giurisprudenza e percorse brillantemente la
carriera della magistratura. Fu giudice al Tribunale di Cassino,
Presidente del Tribunale di Benevento, Consigliere di Corte
d'Appello, prima ad Ancona e poi a Napoli, dove morì il
21 dicembre 1897. A Cassino Francesco Moscati conobbe e sposò
Rosa de Luca, dei marchesi di Roseto. Dal matrimonio nacquero nove figli:
Giuseppe fu il settimo. Finché visse, il padre del Santo
ogni anno conduceva la moglie e i figli al paese natale, per un periodo di
riposo e per stare a contatto con la natura. Si recavano insieme nella
chiesa delle Clarisse, per partecipare alla Messa, che spesso Francesco
stesso serviva. Il primo incontro con Gesù eucarestia, il piccolo Giuseppe
lo ebbe l’ 8 dicembre 1888 nella chiesa delle Ancelle del Sacro
Cuore di Napoli, nel corso di una cerimonia celebrata da Monsignor Enrico
Marano. Dopo il corso elementare, Giuseppe si iscrisse al ginnasio e, fin
dall’anno 1889-90, frequentò l’Istituto Vittorio Emanuele, dove
conseguì la maturità classica con ottimi voti nel 1897. Due mesi
dopo aver intrapreso gli studi di medicina, il giovane Moscati è
colpito da un grave lutto che scaverà un solco profondo nella sua vita. Il
padre Francesco, due giorni dopo esser stato colpito da emorragia
cerebrale, muore il 21 dicembre 1897, dopo aver ricevuto i
Sacramenti. Nell’ambiente universitario, Moscati continuò a distinguersi
per la serietà e l’impegno ed il 4 agosto 1903, con una tesi sull’urogenesi
epatica, conseguì la Laurea con il massimo dei voti e la lode. Conseguita
la laurea, università e ospedale furono i primi campi di lavoro del
giovane medico Giuseppe. Presto vinse il concorso di Coadiutore
straordinario presso l’Ospedale Incurabili (1903), quello di Assistente
nell’Istituto di Chimica Fisiologica (1908) ed ebbe lusinghieri
riconoscimenti in campo scientifico. Un nuovo lutto colpiva Moscati il
12 giugno 1904. Muore a Benevento il fratello Alberto, affetto
da sindrome epilettica in seguito ad una caduta da cavallo durante una
parata militare nel 1892. Giuseppe era solito trascorrere molte ore
accanto al fratello per assisterlo. Fu questa esperienza che contribuì a
fargli scegliere gli studi di medicina, caso unico e oggetto di
discussioni in famiglia. Nel 1906 ci fu l’eruzione del Vesuvio e
Moscati si distinse nell’opera di soccorso. A Torre del Greco fece
sgomberare l’ospedale ed egli stesso aiutò gli ammalati ad uscire prima
che il tetto crollasse.
Due giorni dopo inviò una lettera al Direttore generale sanitario degli
Ospedali Riuniti, proponendo gratificazioni per coloro che lo avevano
aiutato, pregando di non essere nominato. Nel 1911, a trentun’anni,
il dott. Moscati vinse il concorso di Coadiutore Ordinario negli
Ospedali Riuniti, un concorso importantissimo che non si bandiva dal
1880 e al quale parteciparono medici venuti da ogni parte. Nel
medesimo anno, su proposta di Antonio Cardarelli, la Reale Accademia
Medico-Chirurgica lo nominava Socio aggregato e il Ministero della
Pubblica Istruzione gli conferiva la Libera Docenza in Chimica
Fisiologica. Oltre all’intenso lavoro tra Università e Ospedale, il Prof.
Moscati diresse e diede nuovo impulso all’Istituto di Anatomia
patologica, già diretto da Luciano Armanni, che era decaduto per incuria.
Presto divenne "un vero maestro nell'esercizio delle autopsie",
come afferma il Prof.Quagliariello. Negli ultimi mesi del 1914 la
signora Rosa, mamma del Prof. Moscati, cominciò a stare molto male,
affetta da diabete, male a quei tempi incurabile. Moscati fu uno
dei primi medici, a Napoli, a sperimentare l'insulina. La madre
morì il 25 novembre 1914.
Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò nel conflitto mondiale ed il prof.
Moscati fece domanda di arruolamento volontario senza, tuttavia, essere
esaudito. Le autorità militari gli affidarono i soldati feriti che
affluivano all’Ospedale degli Incurabili, che venne militarizzato. Visitò
e curò circa 3000 militari, di cui redasse diari e storie cliniche.
Per questi egli fu non solo il medico, ma il consolatore vigile ed
affettuoso. Negli anni che seguirono, il prof. Moscati rinunciò alla
cattedra di chimica fisiologica presso l’Università Federico II di
Napoli. Dopo questa scelta cosciente e consapevole, il prof.
Moscati si orienta definitivamente verso il lavoro ospedaliero e nelle
corsie dell’ospedale impegna tempo, esperienza, capacità umane. Le
malattie e le miserie fisiche e spirituali saranno sempre in cima ai suoi
pensieri, perché i malati - diceva - "sono le figure di Gesù Cristo, anime
immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come
noi stessi".
La
fama di Moscati come maestro e come medico era indiscussa. Tutti
parlavano delle sue lezioni, delle sue doti diagnostiche, del suo lavoro
tra gli ammalati. Il Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale lo nominò
Direttore della III Sala uomini. Era il 1919.
Nonostante la rinunzia alla cattedra universitaria, Moscati fu
sempre professore e maestro. Se aveva scelto di stare vicino agli
ammalati, non per questo aveva rinunziato all'insegnamento, in cui aveva
la possibilità di incontrare i giovani e comunicare con loro. Se si
volessero raccogliere gli episodi che manifestano la predilezione del
Prof. Moscati per la povera gente, non basterebbe un libro.
Ne riportiamo solo alcuni. "Una volta - attesta il Dott.Brancaccio -
mandai al professore una giovane donna ammalata di tubercolosi con un
biglietto, con cui gli facevo notare le condizioni economiche della povera
inferma. Il professor Moscati la visita, prescrive la cura, non prende
alcun compenso e congeda l'inferma; ma questa, con grande meraviglia, si
accorge che nel foglio della diagnosi vi era un biglietto da 50 lire,
messovi dal professore senza dir nulla." Racconta il gesuita P.Antonio
de Pergola che, insieme a Moscati, tornando da Vico Equense,
si fermarono a Castellammare di Stabia e si diressero alla "povera
e miserabile dimora di un ferroviere infermo, presso il cui capezzale i
colleghi del malato, nel treno medesimo, avevano pregato il Professore di
andare." Moscati cominciò la visita e intanto i ferrovieri
raccoglievano denaro per pagare il Professore. Moscati se ne
accorse e allora si avvicinò e con eloquente semplicità rivolse loro
queste poche parole: «Poiché voi, sottraendo parte del vostro duro
lavoro, siete venuti in aiuto del vostro amico infermo, io mi associo al
vostro senso umanitario e contribuisco alla sottoscrizione con la mia
quota, onde l'infermo possa avere, con la somma raccolta, i mezzi
necessari per curare la malattia», e consegnò loro tre biglietti da
lire 10.
Una suora del Sacro Cuore ha riferito che Moscati, chiamato da
un'inferma, le prescrisse una cura, ma tornando un'altra volta vide che la
cura non era stata fatta. Egli, resosi conto che - nonostante l'ampiezza -
la casa nascondeva invece povertà, trovò subito il modo di provvedere
senza destare ammirazione; e diede in parole di rimprovero, dicendo che
quando si chiama il medico, se ne devono adempiere le prescrizioni, poi si
allontanò. Quelli della famiglia restarono afflitti; ma di lì a poco,
rimuovendo i cuscini dell'inferma, trovarono un biglietto di 500 lire.
Il dottor Moscati, per sfuggire all'ammirazione della sua carità,
aveva assunto la veste del rimprovero e dell'asprezza. Il 12 aprile
1927, martedì santo, il prof. Moscati, dopo aver partecipato, come
ogni giorno, alla Messa e aver ricevuto la Comunione, trascorse la
mattinata in Ospedale per poi tornare a casa. Consumò, come sempre, un
frugale pasto e poi si dedicò alle consuete visite ai pazienti che
andavano da lui.
Ma verso le ore 15 si sentì male, si adagiò sulla poltrona, e poco
dopo incrociò le braccia sul petto e spirò serenamente. Aveva 46 anni e
8 mesi.
La notizia della sua morte si diffuse immediatamente, e il dolore di tutti
fu unanime. Soprattutto i poveri lo piansero sinceramente, perché avevano
perduto il loro benefattore. Tra le prime testimonianze dopo la sua morte,
significativa è quella del cardinale di Napoli, Alessio Ascalesi. Dopo
pregato dinanzi al corpo di Moscati, rivolto ai familiari disse: "Il
Professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha
sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell'anima gli sono andati
incontro quando è salito lassù". Nel registro delle firme, posto
nell'ingresso della casa, tra le altre fu trovata questa frase: "Non
hai voluto fiori e nemmeno lacrime: ma noi piangiamo, perché il mondo ha
perduto un santo, Napoli un esemplare di tutte le virtù, i malati poveri
hanno perduto tutto!" Il corpo fu sepolto nel Cimitero di Poggioreale.
Ma tre anni più tardi, il 16 novembre 1930, in seguito all’istanza
di varie personalità del clero e del laicato, l’Arcivescovo di Napoli
concesse il trasferimento del corpo dal Cimitero alla Chiesa del Gesù
Nuovo, tra due ali imponenti di folla. In quella occasione, più felice di
tutti era Nina Moscati, sorella del Professore, che dopo essergli stata
sempre vicina in vita, aiutandolo nell’esercizio della sua carità, dopo la
morte aveva donato alla chiesa del Gesù Nuovo il vestiario, il mobilio, e
le suppellettili del fratello. Il corpo fu tumulato in una sala dietro
l’altare di S. Francesco Saverio, e la lapide a destra di questo altare lo
ricorda ancora. La stima e la venerazione che avevano circondato il Prof.
Moscati durante la vita, esplosero dopo la sua morte, e presto il
dolore e il pianto di coloro che lo avevano conosciuto si tramutò in
commozione, entusiasmo, preghiera. Si ricorreva a lui in ogni circostanza,
e molti affermavano di ricevere grazie fisiche e spirituali per sua
intercessione.
Il 16 luglio 1931 iniziarono i Processi
informativi presso la Curia di Napoli. Il 10 maggio 1973 la
Congregazione per le Cause dei Santi, a Roma, emanò il Decreto sulle virtù
eroiche, per cui Giuseppe Moscati viene dichiarato Venerabile. Nel
frattempo venivano istruiti i processi per l'esame di due miracoli: due
guarigioni improvvise attribuite a Moscati. Un maresciallo degli
agenti di custodia, Costantino Nazzaro, di Avellino, era guarito
dal morbo di Addison. I medici non gli davano alcuna speranza, ma egli con
la famiglia intensificò la preghiera a Giuseppe Moscati. Una notte
vide in sogno che Moscati lo operava, e svegliatosi si trovò
perfettamente guarito. Il secondo miracolo approvato dalla Congregazione
per le Cause dei Santi è quello di Raffaele Perrotta, di Calvi Risorta
(CE), guarito da meningite cerebrospinale meningococcica. Quando già i
familiari avevano preparato per lui l'abito per la sepoltura, ecco che tra
il 7 e l'8 febbraio 1941 si ebbe una instantanea e definitiva
guarigione. Il 16 novembre 1975, il Papa Paolo VI dichiarò Beato
Giuseppe Moscati, durante una solenne celebrazione in Piazza San
Pietro. Quel giorno la pioggia si presentò varie volte durante la
funzione, ma la folla che gremiva la piazza seguì con commozione il sacro
rito fino alla conclusione. Nel 1977, due anni dopo la
Beatificazione, ci fu la ricognizione canonica del corpo: le ossa furono
ricomposte, e il corpo di Moscati fu collocato nell’urna di bronzo, opera
del Prof. Amedeo Garufi, sotto l’altare della Visitazione. La devozione
per Moscati cresceva sempre più. In vista della canonizzazione, fu
scelta ed esaminata la guarigione da leucemia, o mielosi acuta
mieloblastica, del giovane Giuseppe Montefusco, avvenuta nel 1979.
Quest'uomo era considerato ormai spacciato. La madre, Rosaria Rumieri,
avvilita per la diagnosi infausta, vide una notte in sogno la foto di un
medico in camice bianco. Raccontò il sogno al suo Parroco, che le parlò
del Beato medico Giuseppe Moscati. La signora venne al Gesù Nuovo,
e subito riconobbe il volto della foto vista in sogno. Da allora iniziò a
pregare Moscati, coinvolgendo anche parenti e amici. Il figlio
Giuseppe dopo poco tempo guarì perfettamente. Non ha più fatto alcuna cura
e ha ripreso il suo pesante lavoro di fabbro. Poi si è felicemente
sposato, e vive ora felicemente con moglie e figli. Dopo lunghi esami,
finalmente nel concistoro del 28 aprile 1987 il Papa Giovanni Paolo
II fissò la data della canonizzazione al 25 ottobre dello stesso
anno. Dall' 1 al 30 ottobre era in corso a Roma la VII assemblea
generale del Sinodo dei Vescovi, che trattava della "Vocazione e
missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, a 20 anni dal Concilio
Vaticano II". Non poteva aversi una coincidenza migliore: Giuseppe
Moscati era un laico, che aveva svolto la sua missione nella Chiesa e
nel mondo. La sua canonizzazione era auspicata da studiosi, medici e
studenti universitari, che ricordavano la sua figura di scienziato e di
uomo di fede, impegnato a lenire le sofferenze e a condurre gli ammalati a
Cristo. Alle 10 del 25 ottobre 1987, in Piazza San Pietro, il Papa
Giovanni Paolo II, dinanzi a circa 100.000 persone, dichiarava
Santo Giuseppe Moscati, a 60 anni dalla morte. Alla Messa di
Canonizzazione era presente il miracolato Giuseppe Fusco, di 29 anni,
con la madre, che offrì al Papa un volto di Cristo in ferro battuto, da
lui stesso realizzato nella sua officina di Somma Vesuviana (NA).
La festa liturgica di San Giuseppe Moscati fu fissata, in seguito,
al 16 novembre di ogni anno.
....altri Santi
napoletani :
http://www.dentronapoli.it/Santi/Santi.htm
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