Eduardo Scarpetta nasce a Napoli il 13
marzo del 1853 da Domenico e da Emilia Rendina; sposa Rosa De Filippo
il 16 marzo del 1876; debutta a quindici anni nel 1868, si
ritira dalle scene nel 1909; muore nel 1925, il 29
novembre. Il racconto della sua vita è tutto esteriore, nel senso che si
colloca in una biografia interamente collegata ai suoi successi, che crescono
con un ritmo senza sosta alcuna da un teatro all'altro. Dal teatro Partenope,
tanto per cominciare, al SanCarlino, dove debutta nel 1871 e che
ristruttura nel 1880 quattro anni dopo che su quel palcoscenico era morto
Antonio Petito. Nel San Carlino messo a nuovo debutta il primo settembre
con la " Presentazione di una compagnia di comici " cui segue "
Tetillo ", ridotto dall'originale francese di Najac e Hennequin e che
inaugura una lunga serie di riduzioni scarpettiane. Al teatro FiorentiniScarpetta debutta il 7maggio del 1885 con " Li
nepute de lu sinneco ", che dà il via alle rappresentazioni in vernacolo in
quel teatro. " Miseria e nobiltà " che è considerato il suo capolavoro
viene rappresentato il 7 gennaio del 1888 al teatro del Fondo.
Al FiorentiniScarpetta ritorna nel 1889 e vi inaugura la
stagione del' 90 con " 'A nanassa ". Nel 1892 è al
Sannazaro con " 'O balcone 'e Rusinella ". " Il figlio di Iorio
" è del 1904: data che sostanzialmente segna l'inizio del tramonto di
Scarpetta. La commedia è una parodia de " La figlia di Iorio " di
Gabriele D'Annunzio. Questa volta l'ilarità non giova a Scarpetta ma lo
affossa. Gli intellettuali lo aggrediscono, il magistrato lo assolve, ma non lo
sostiene dentro la fede del suo teatro. Il canto del cigno è del 1908 e
ha per titolo " O' miedeco de 'e pazze ". Più grave dell'aggressione dei
dannunziani è la valutazione negativa di Di Giacomo, che si riferisce alla
formula del teatro di Scarpetta e segnatamente alle riduzioni. L'una e le
altre, dice Di Giacomo, hanno affrettata la decadenza del teatro in vernacolo.
Il teatro di Scarpetta è più facilmente e ampiamente collocabile nella
storia del gusto che non in quella del cammino del teatro. Un gusto che peraltro
non pare sia tramontato nè pare lo si voglia rimuovere da che nel teatro opera e
non certo responsabilmente come dovrebbe. Scarpetta trasferisce a pié pari sulla
scena una persistente e ampia condizione del quotidiano di quei personaggi che a
parer suo esprimono la napoletanità come modo di essere storicamente incardinato
e irremovibile. Giovani donne fuorviate e represse, mogli gelose e possessive
che si ripropongono di ripagare l'infedeltà dei mariti con l'infedeltà
medesima, uomini giovanissimi e avanti negli anni, sposati e non, che ravvisano
nell'avventuretta le ragioni del prestigio e della superiorità del sesso; gente
arricchita, carica di denaro ma priva delle cose che contano; servi spossati
dalla fatica; spettri affamati, squallidi, diseredati, ridotti ombre che portano
il corpo con sé. Quest'ultimi costituiscono la materia di impulso dal quale la
vicenda in generale si divincola. Il racconto nasce con loro e va avanti con
loro fino e oltre il miracolo. Ma tant'é. La condizione di costoro da quella che
essa è, si emblematizza e individualizza nel rapporto con la platea. E allora il
miracolo non si fa solo per gli affamati e i diseredati ma si fa per tutti,
nessuno escluso, perché non c'é alcuno che avverta la stretta e la delusione del
quotidiano. L'invito del teatro è di negare la realtà del quotidiano, di
rigettarla. L'invito è di ridere.