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“… novistine locum potiorem rure beato est
Plus tepeant hiemes ubi purior aqua quam quae
Per pronum trepidet cum murmure rivum ? …
(“ Hai mai conosciuto un luogo migliore di questa felice campagna, dove
l’inverno sia più mite ,l’aria più dolce ,l’acqua più pura di quella che
scorre mormorando per l’agile ruscello ? “ ) .
I L P R I M O G I O R N O
Ormai era deciso e non
sarei più tornato indietro : la prova era iniziata e non vi avrei
rinunciato…da settimane avevo progettato questo viaggio itinerante in
montagna “ in solitaria “…
Ho studiato cartine dell’istituto geografico militare ; ho calcolato
tempo e misurato distanze ;ho testato l’abbigliamento più adatto per
l’impresa…
Ormai tutto l’equipaggiamento è ben sistemato nel portabagagli della mia
auto insieme a provviste per quattro giorni….
Sento il bisogno di un caffè mentre percorro la Salerno – Reggio
Calabria , anche se l’ansia di arrivare a saracena,mia prima tappa,mi
divora.
Stazione di servizio Agip di Sala Consilina : alcuni viaggiatori
consumano frettolosamente panini e caffelatte ,pronti a riprendere il
loro viaggio. Ultimo lusso , l’acquisto di un pacchetto di caramelle che
metto nel taschino della camicia. All’altezza dell’uscita autostradale
di Campotenese,sulla mia sinistra,eccolo lì, il “ vecchio gigante “che
domina con le sue tre vette i monti circostanti.
In una lieve foschia , Il Pollino,il Dolcedorme immoti,sembrano
osservare silenziosi il veloce passaggio delle auto ,come un tacito
invito ad allontanarsi da quei luoghi là , dove la natura ha deciso di
erigere il suo punto più elevato del nostro Sud .
Di fronte,sulla destra,in lontananza, le incontaminate cime dell’Orsomarso
,meta del mio viaggio , dove avrei vissuto una delle avventure più
emozionanti della mia vita sui monti.
Intanto osservo la catena del Pollino e la mia mente inevitabilmente
correva alle decine di escursioni effettuate su quei sentieri ,alle
difficoltà,alla nebbia,alla pioggia,al sole implacabile sui pascoli di
altura ma soprattutto ai lunghi silenzi rotti soltanto dal sibilo del
vento attraverso le sconfinate praterie ed i fittissimi boschi di faggio
e tra gli “ eterni pini Loricati “, sentinelle immote e silenziose di
queste alte cime …
Ripensavo agli sterminati pianori di alta quota dei Piani di Pollino
,con le sue aspre doline moreniche ,”l’irraggiungibile vetta “ del
Dolcedorme che con i suoi 2242 metri ne facevano la montagna più alta
del Sud , la boscosa Serra del Prete , la selvaggi e magica Serra delle
Ciavole ( la montagna dei corvi ) ,la “ Grande Porta del Pollino “
sormontata dalla rocciosa Serra di Crispo e … al povero “ zi’ Peppe” ,
il millenario pino Loricato incendiato nell’ottobre del 1993 da un
gruppo di balordi .
Ora,restavano lì soltanto un ammasso di contorti rami bruciacchiati là
dove prima sorgeva il più imponente loricato di tutto il comprensorio ,
preso a simbolo dal 1989 del nascente Parco Nazionale .
Mi rendo conto come una politica di riassetto dei parchi naturali si
renda necessaria anche se, non condivido appieno l’idea di Parco come
“oasi” , in quanto tutte le montagne ,almeno loro,dovrebbero essere
libere da vicoli ,specie per persone come me a cui piace “ vagare “
liberamente senza essere legato a permessi o concessioni per bivaccare
in questo o in quel posto … è piuttosto un problema di come gli
individui si accingono a penetrare nel cuore della natura … un’opera di
sensibilizzazione si rende quindi indispensabile ,già in età scolare,per
inculcare nei giovani l’amore e soprattutto il rispetto anche di un solo
filo d’erba … d’altra parte è anche assurdo che il controllo di un parco
vastissimo come il Pollino ,ricco di ben 196.ooo ettari venga affidato
al lavoro di pochi forestali privi anche di mezzi idonei per compiere
efficacemente il proprio servizio.
Tra questi pensieri,finalmente esco dall’autostrada Frascineto –
Castrivillari : siamo a 362 metri sul versante meridionale del
Pollino,nella alta Valle del Coscile ,dominata dal suo castello della
fine del xv secolo . Seguo le indicazioni per Saracena,passando prima
per il paese di origine “ arbereshe “ ( fusione di culture
italo-albanesi) San Basile.
Qui ,il tempo sembra essersi fermato : bottegucce di piccoli artigiani
sono nascoste in vicoletti stretti in un’atmosfera che invita alla calma
e alla serenità.
1
Il solito gruppo di vecchietti sosta seduto dinanzi allo scolorito bar
della piazza principale del paese ,chi giocando a carte , chi
sorseggiando un fresco boccale di birra,o chi,più semplicemente,se ne
sta da solo assorto nei suoi pensieri ricordando tempi ormai troppo
lontani nella memoria …
La mia auto viene seguita distrattamente con lo sguardo da alcuni
ragazzini fermi dinanzi ad un marciapiedi.Qua e là aride colline
punteggiate di ulivi e fichi d’India fanno da corridoio alla strada
asfaltata percorsa soltanto dalla mia automobile.
Ore 17.00. Finalmente Saracena !
Prima di girare sulla destra per addentrarmi nel cuore dell’ Orsomarso,attraverso
i Piani di Novacco,scendo in paese per acquistare un po’ di pane fresco
ed un po’ di carne .
Avrei voluto salutare il Maresciallo Gioacchino Di Mico ex comandante
della locale stazione del Corpo forestale dello stato,ma già da due anni
è stato trasferito a Castrovillari presso l’ente parco come
collaboratore diretto dei funzionari responsabili del comprensorio
Pollino-Orsomarso .
18 chilometri di montagna , sempre in salita,immersa in una fittissima
vegetazione,separano Saracena dai Piani di Novacco : dopo essere passato
per il bivio di “ Piano dell’Erba” proseguo senza fermarmi per non
incappare nel buio prima di sistemare il campo per la notte.
Ore 18.20. Piano di Novacco .
Niente è mutato dall’ultima volta che vi sono stato con i miei
inseparabili amici : rifugi chiusi sulla sinistra,il cartello indicante
“ Piano del fondo di Novacco “,la strada bianca che si perde e muore nel
fondo delle immense foreste .Il Piano di Novacco…uno dei più grandi
pianori carsici di tutto il Sud,è racchiuso dai Monti Palanuda ,Caramolo,Timpone
della Magara ,Timpone Scifariello.
Orsomarso … ultima terra selvaggia,speranza di una natura che vuole
sopravvivere a tutti i costi ai ritmi dell’era moderna ! A battezzarlo
provvide Franco Tassi ,noto naturalista che,nel 1860 approdò dal Pollino
a questi monti “ sospesi tra fantasia e realtà quasi inafferrabili” e
subito decise di chiamarli “Orsomarso” dal nome di un vicino paese “
evocativo di antiche presenze di vera natura selvaggia “.
Tra le antiche presenze c’è,ovviamente,quella dell’orso,da tempo estinto
su queste montagne.Quanto alla “natura selvaggia” non c’è bisogno del
suffragio dei dotti per rendersi conto che il titolo di “ re della
wilderness” ( luogo estremamente selvaggio ) spetta di diritto all’Orsomarso.
Solo qui,forse,ci si può rendere conto di come vivessero i nostri
progenitori agli albori della storia!
Ho deciso di passare questa mia prima notte in solitaria alle spalle dei
rifugi,avendo a disposizione anche una montanina a pochi metri.Il cielo
adesso è più terso e più pulito anche se una leggera brezza mi costringe
ad indossare un maglioncino leggero. Respiro a pieni polmoni l’aria
fresca che proviene dai secolari faggi che abbracciano tutta la pianura.
Sono solo.
Nessuna auto o rumore disturba il silenzio della sera.
Dal portabagagli scarico soltanto lo stretto necessario per la notte :
la tendina ad “igloo” ,ilo sacco-letto,la lanterna a gas e naturalmente
la cena.
Guardo l’orologio : sono le 19.05 ;è ancora giorno,ma già l’orizzonte si
sta tingendo di porpora ad ovest e tutto ciò mi lascia sperare che
domani sarà una giornata magnifica che mi vedrà impegnato per la
risalita alla cimadel Cozzo dell’Orso ,dopo i Piani di Tavolara .
Mi inoltro nel bosco ,alle spalle del più piccolo dei rifugi ,dove,nel
febbraio del 1993 ho pernottato con i miei amici Raffaele,Ugo e
Bruno,per una grande ed indimenticabile avventura sulla neve.
Sgombero il terreno da inevitabili sassi e rametti ed in pochi minuti
monto la tenda.
Un cerchio di pietre bianche protegge la legna secca ,pronta soltanto
per essere accesa:Mi avvio per il sentierino che conduce all’acqua : mi
do una rinfrescata e riempio la borraccia per il pasto serale e per la
notte . Già qualche stella si affaccia timida nel cielo che adesso ha
assunto un colore azzurro carico,quasi grigio che annunzia
l’approssimarsi delle tenebre.
Accanto alla tenda,invece,sotto i faggi,è già notte : i folti rami
coprono la volta celeste formando come una cappa sul mio piccolo campo.
Mi sdraio sul materassino di gomma : non si ode alcun rumore,neanche il
cinguettio di un passero.
Chissà come reagirò a questa prima notte da solo,a 18 chilometri dal
paese più vicino !Intanto rivedo i Piani di Novacco in quel lontano 1991
quando con i miei amici restammo sbalorditi di fronte a tanta meraviglia
della natura…
Sì,era in settembre ,la fine di settembre,in un primo autunno non ancora
nato ,in una estate lunga e soleggiata… e ricordo le tende…sì,dovevano
essere proprio lì in quella direzione,ad una ventina di metri
dove sono io adesso ,illuminati da un fuoco schioppettante rallegrati da
un acre profumo di carne alla brace…
A proposito … 2
Tal pensiero mi ricordai che ancora dovevo cenare ,e mi do da fare per
accendere il fuoco ,il mio primo fuoco in solitaria,forse il mio unico
compagno in questo viaggio a cui confidare tutte le mie emozioni.
Qui non occorre denaro : tutto ciò di cui abbisogni è intorno a te,unito
alle tue capacità…qui non c’è posto per gli egoismi ed i ripensamenti…
Te la devi cavare da solo e vedere “quanto vali” per quello che in tanti
anni hai appreso sui monti .
Il grasso della carne,cadendo sulle braci ardenti,emana uno sfrigolio
che rompe la quiete della sera .
Non c’è luna ,ma in compenso il cielo è tappezzato di stelle. Mangio con
gusto l’ottima carne acquistata a Saracena, accompagnata da un buon
pezzo di formaggio ,mentre abbrustolisco le salsicce che avvolgo con
cura in un pezzo di carta stagnola per poterle consumare domani.
Preparo un discreto caffè liofilizzato nel pentolino di metallo e,
mentre sorseggio ,mentalmente penso al percorso di domani e quello che
mi aspetta nei giorni a venire .
Riattizzo il fuoco diventato ormai solo brace e mi accoccolo steso sul
materassino ad “assaporare” i silenzi della notte con lo sguardo fisso
sulle fiammelle che con veloci guizzi raggiungono il cielo.
Ore 21.15.
Prudentemente spengo il fuoco e mi infilo nel sacco a pelo.
Non sono stanco ,ma mi conviene riposare per affrontare meglio le
fatiche di questi miei giorni sui monti.
Il solito rumore fuori della tenda …
Un ramo caduto,un sasso spostato , il fruscio del vento …ti riportano
alla mente fantasie fanciullesche in un mondo incantato di strani
folletti che si aggirano dispettosi intorno a te …
“ non c’è niente con il buio che non ci sia stato anche quando c’era la
luce “ penso ,cercando di convincermi…
Ma l’atavica paura delle tenebre è insita in ciascuno di noi …
Mi raggomitolo nel sacco a pelo con accanto la torcia.
Credo di essermi addormentato e di avere anche sognato …
3
Ore 5.25. SECONDO GIORNO 4
Fuori della tenda è un cinguettio assordante che saluta il nuovo giorno.
Fa un po’ freddo e dopo aver osservato l’orologio,mi raggomitolo ancora
di più nel sacco a pelo pensando di riposare ancora un po’ prima di
mettermi in marcia.
E’ un dolce torpore quello che ti prende alle prime luci dell’alba e ti
costringe a rimanere al calduccio non osando aprire la tenda. Dio mio !
Ma quanto ho dormito ?
Sono le 7.20. Lentamente esco all’esterno : subito mi investe un’aria
fresca ,frizzantina,che mi fa rabbrividire. Riaccendo il fuoco e preparo
subito un caffè ,mentre,seduto su un masso avvicino le mani alla brace
per riscaldarmi.
Colazione a base di latte condensato e biscotti ed infine la noiosa
operazione di ripiegare la tenda ed infilarla nel suo sacchetto.
Spengo con cura il fuoco e ritorno all’auto.
Faccio un’ultima revisione del mio equipaggiamento visto che lascerò
l’auto per tre giorni proprio qui,prima di immergermi completamente
nella “wilderness” .
Metto lo zaino sulle spalle … accidenti deve essere circa 12 kg. Ma
inutile pensarci e mi avvio di buon passo su una traccia di sentiero.prima
di girare ad una curva do uno sguardo alla mia auto come per salutare il
mio ultimo contatto con il mondo civile .
Le gambe rispondono bene ed i primi dieci minuti sono inevitabilmente
dedicati a “spezzare “ il fiato.
Non ho indossato il maglione ben sapendo che dopo pochi minuti me ne
sarei sbarazzato : del resto con la camicia di cotone procedevo
veramente bene.
I Piani di Novacco ora sono proprio stupendi !
Sono le 9.10. Abbandono i Piani per immettermi in una faggeta con uno
stretto sentiero che mi porta,in pochi minuti al Piano di Vincenzo. Il
nome “Vincenzo” deriva da un pastorello ,appunto
Vincenzino,misteriosamente ucciso anni fa in questi boschi ,come ebbi
modo di sapere da alcuni montanari sotto il Caramolo .
La natura,in questo mese,è in piena esplosione : orchidee
selvatiche,ciclamini,papaveri e campanule sembrano soffocare con i loro
brillanti colori il verde dei prati …
Su,in alto,sulla destra,alcuni aceri ed ontani napoletani fanno da
sentinella al pianoro come antichi guerrieri con la loro armatura. Un
ultimo tratto allo scoperto ed eccomi giunto alla fiumarella di Rossale
al cancello della Forestale.
Mi guardo intorno e cerco un posto dove nascondere lo zaino che avrei
preso al mio ritorno dopo l’ascesa al Cozzo dell’Orso. Dopo essermi
inoltrato per qualche metro nella profonda boscaglia,finalmente trovo
ciò che fa al caso mio : un vecchio faggio,coperto di edera,con rami
grossi e robusti a cui appendere il mio zaino con un cordino temendo
l’intrusione di qualche volpe attratta dall’odore del cibo .
Con me porto solo la colazione al sacco per il pranzo,la giacca a
vento,la borraccia,le carte,la macchina fotografica ed altri piccoli
oggetti,il tutto racchiuso in uno zainetto.
Fisso nella mente il luogo dove ho nascosto lo zaino.
Ore 9.55.
Salgo per il sentiero a sinistra del cancello della forestale : subito
una ripida salita cosparsa di sassi bianchi e levigati fa venire il
fiatone… è un saliscendi del sentiero ,a volte ingombro di grosse
pozzanghere ,frutto di recenti piogge. Un grosso rospo,spaventato,si
rifugia ai lati del sentiero scomparendo alla mia vista. Sulla destra,da
lontano,nascosto dalla faggeta,mi appare una visione del Palanuda e
Pietra Campanara che avrei visitato domani.
Ne approfitto per scattare una foto al panorama ed un’altra con
autoscatto per immortalarmi.
Procedendo sul sentiero,il bosco si fa più fitto facendomi rabbrividire
,costringendomi a sfregare le braccia con le mani. Farfalle dai mille
colori si posano sui fiori in una fantasmagoria di colori accecante
mentre uno scoiattolo nero si arrampica veloce su un ontano al mio
passaggio.
Ore 10.50.
Improvvisamente il bosco termina e dinanzi ai miei occhi si profilano i
Piani di Tavolata investiti dai raggi del sole. Mi sdraio sull’erba a
godere un po’ di sole,ma un rumore d’acqua attira la mia attenzione.
Mi avvio per il sentiero di sinistra dove,dopo pochi metri,trovo la
sorgente di Tavolara immersa nell’omonimo torrente. Ne approfitto per
riempire la borraccia.
L’acqua fresca mi ghiaccia le mani e mi sciacquo il viso facendomi
gocciolare l’acqua sulla barba e sulla camicia. Comincia a fare caldo e
sulla mia destra trovo il laghetto di Tavolara .
Nuova fotografia mentre mi diverto ad osservare gli uccelli che planano
a pelo d’acqua in cerca di insetti.
E’ un paradiso !
Inizia subito una nuova salita e sulla mia destra trovo una vecchia
costruzione con la porta e le imposte delle finestre chiuse… unica casa
in questo luogo … meglio se non ci fosse !
Proseguo il mio cammino,finchè sulla sinistra decido di tagliare
attraverso il bosco per evitare due faticosi tornanti. Seguo una tenue
traccia di sentiero finchè,dopo pochi minuti,giro a sinistra per voltare
ancora a destra in leggera pendenza.
Il cinguettio degli uccelli accompagna il mio cammino,mentre non mi
stanco di scattare foto ,specie ai fiori che si pavoneggiano riscaldati
dal sole che filtra prepotente tra i rami.
E’ un invito alla vita !
E’ strano come qui non ti occorra niente : poche cose da portare dietro
,nel tuo sacco,ed il cuore pieno di entusiasmo come un fanciullo.
Ti senti vivo,forte,e ringrazi il buon Dio di averti concesso tutto
questo e non pretendi nulla se non respirare a pieni polmoni l’aria
tersa e pura,bere ad una fresca sorgente,riposare tra l’erba alta di un
prato o di osservare incantato il volo degli uccelli …
Una ripida salita mozzafiato dopo circa 15 minuti ,mi porta in una
piccola valle ,dove,sotto un invitante acero ,mi fermo a riposare e per
fare il punto della situazione.
Ore 12.15.
Ne approfitto per bere un sorso d’acqua e sgranocchiare un
biscotto…buona abitudine quella di non bere durante la marcia : ti
spezzerebbe il fiato e ti raffredderebbe i muscoli !
Do uno sguardo alla cartina : sono precisamente in una valle tra il
Cozzo della Schioppettata ed il Cozzo dell’Uomo morto a 1350 metri
stando al mio altimetro.
Certo,questi curiosi nomi di monti ,sicuramente rievocheranno qualche
cruento episodio del passato ,probabilmente legato al brigantaggio di
fine secolo sulle montagne calabro-lucane !
Una farfalla,riposa sulla mia gamba:resta immobile,muove le zampette
,infine con un elegante volteggio di ali riprende tranquilla il suo volo
per finire su un cardo color violetto.
Non ho voglia di alzarmi; con le mani dietro la testa ,contemplo le cime
ed il cielo terso con una piccola nuvola bianca dalla strana forma di
cavallo…
Ore 13.00.
E’ ora di rimettersi in cammino.
Riprendo la marcia e,lasciata la piccola valle,il sentiero prosegue
ancora nel bosco infittendosi sempre più. Il dislivello adesso si fa
sentire…
Piccole radure sulla destra,coperte di felci ed agrifoglio ,fanno
capolino nel fitto bosco ,mentre il sole,adesso,alto nel cielo illumina
tutto il creato.
Proseguo sapendo che ormai non dovrebbe mancare ancora molto. Alla fine
del bosco ecco un’altra radura profilarsi dinanzi a me completamente
circondata da ontani e faggi. Sulla destra ,più avanti,su un masso c’è
una scritta sbiadita di colore rosso “ A 2 “… è il sentiero giusto per
la cima .
Con rinnovato vigore affretto il passo e dopo una brusca curva sulla
sinistra mi accorgo che a pochi metri dal mio capo ,non vi sono più
monti ma cielo… ci sono !
Raggiunto un valico,caratterizzato da un grosso albero abbattuto,seguo i
margini della cresta finchè,meraviglia,dopo pochi metri compare la vetta
nuda del Cozzo dell’Orso.
E’ uno spettacolo mozzafiato !
Su un grosso masso a sinistra,vi è una scritta “Cozzo dell’Orso” mt.
1561 .
Depongo lo zaino e mi guardo attorno estasiato : dinanzi a me vi è tutta
la catena del Cozzo del Pellegrino,con la cima del Monte Trincello ( mt.1178)
; serra Patrizzi (mt.1795),Cozzo di Valle Serra(mt.1824) e nel
fondovalle scorre l’Abatemarco con i gli impressionanti strapiombi di
Boccademone da cui si affacciano numerosi scheletri di pino loricato .
Dopo essere stato nel settembre del 1992 con Ugo e Bruno sulla vetta del
Cozzo del Pellegrino (mt.1987) pensavo di non poter vedere niente di più
bello sulle cime dell’Orsomarso e invece …
Questa cima mi ha generosamente ripagato facendomi ammirare uno
spettacolo che non avrei mai immaginato ! Sono le 13.40.
Ho scattato molte foto,ma il paesaggio ne meriterebbe molte di più !
Intanto,indosso la giacca a vento a causa di una leggera brezza
proveniente da ovest. Decido di pranzare.
Pane,formaggio,una scatoletta di tonno ed un succo di frutta,
il tutto innaffiato da acqua fresca di Tavolara. Non voglio pensare di
andar via…adesso sono qui,in questa pace e voglio restarci !
Da lontano,nel fondovalle,odo i campanacci di mucche al pascolo : è la
prima presenza in quasi 24 ore in solitudine. Chiudo gli occhi posando
il capo sullo zainetto…
È strano come io adesso sovrasti questi monti ,ma è soltanto una
illusione di fronte a questa 5
Immensità che ti domina e ti fa sentire tanto piccolo.
Il sole scotta,ma non disturba,anzi,fa si che mitighi un po’ la brezza
che accarezza le cime .
C’è una calma ed un silenzio assoluto : sono solo ,ma non estraneo ...è
curioso pensare come l’uomo possa aver creduto di dominare il mondo,di
farlo suo,di poter possedere la terra ed i mari …
Ahimè ! Quanto ci si sente piccini di fronte a queste meraviglie del
creato,di cui facciamo parte,e ,senza rendercene conto,dinanzi a queste
immagini,l’animo si rabbonisce,tutto assume una dimensione diversa…anche
il tempo sembra fermarsi…
Un falco volteggia leggero e sicuro tra le vette,poi si allontana dal
mio sguardo versoboschi circostanti. Sono e mi sento libero,respirando
gli odori di erica arborea e di lutino restando così sdraiato
accarezzando con le mani l’erba accanto a me …
E’importante come in ceri momenti vorresti esternare a qualcuno le tue
emozioni su ciò che senti e su quello che provi … ho provato a prendere
il notes e la penna ma non sono riuscito a scrivere nulla !
Osservo il sole,ed istintivamente guardo l’orologio : sono le 14.30.
Mi alzo con calma ,do un ultimo sguardo al panorama,poi,senza
voltarmi,riprendo il sentiero dell’anticima che ora mi appare più buio a
causa del fitto degli alberi dopo essere stato esposto a tanta luce in
vetta. Piante di corbezzoli e cespugli di ginestra mi tengono compagnia
sulla strada del ritorno .
Sosto pochi minuti al lago di Tavolara ,poi mi preparo ad affrontare la
salita sulla destra che mi riporterà di nuovo al cancello della
Forestale.
Ore 16.05.
Ritrovo il mio zaino ( fortunatamente intatto ) e proseguo dritto fino a
scavalcare di lato il cancello perennemente chiuso a tutela dell’oasi di
tutta la Valle dell’Argentino ,forse l’ultima vera “wilderness” del
nostro paese !
Il sentiero dapprima prosegue in dolce discesa,poi in forte pendenza con
una serie di tornanti che in capo a mezz’ora mi porta a “ Mare Piccolo”
.C’è ancora la vecchia capanna di tronchi dove con i miei amici ho
trascorso tante notti accanto al camino in pietra e,da dove,in una
piovosa notte di fine aprile abbiamo udito a pochi passi da noi
l’ululato di numerosi lupi provenienti probabilmente da Pietra
Campanara.
Quel ricordo mi da po’ di inquietudine ,ma cerco di allontanare in
fretta quel pensiero : ho altro da fare adesso !
Non si ode alcun rumore … solo il ritmico scivolare della fiumarella di
Rossale a pochi passi dalla capanna.Per prima cosamonto la tenda .
Potrei dormire nellacapanna,ma preferisco godere in pieno gli odori e i
rumori della notte di questo piccolo paradiso nascosto,scoperto da noi
nel 1991.
Si tratta di un’ampia radura,da cui parte il sentiero per il Monte
Palanuda,la fiumarella di Tavolara ed il Varco della Gatta località a me
ben note e familiari.
Una rustica fontana in pietra assicura acqua fresca e pura mentre abeti
neri ed ontani napoletani rinfrescano la zona circostante.
Si nota anche la presenza di molti meli selvatici dai frutti piccoli ed
aspri,molto graditi però dalle numerose famiglie di caprioli e cinghiali
che scorrazzano liberi in questa foreste.
Raccolgo legna secca e la dispongo in catasta accanto ad un cerchio di
pietre già precedentemente preparato da me. Colgo l’occasione per darmi
anche una rinfrescata alla fontana e per cambiarmi la camicia ormai
sporca.
Ore 17.50.
E’ ancora presto prima che faccia buio e ne approfitto per dare
un’occhiata al “ belvedere” sul sentiero che porta al Palanuda a circa 1
km. Dal mio campo.
Porto con me la macchina fotografica,il binocolo nonché la carta
topografica con notes e matita. Una coppia di scoiattoli spaventata,sale
agilmente su un grosso pino e mi osservano dall’alto quasi a volersi
prendere gioco di me o soltanto disturbati dalla mia presenza …radici
contorte di faggi dalle strane forme mostruose fanno da corridoio al
sentiero mentre il bosco si infittisce sempre di più.Sulla sinistra
parte un sentiero,lo imbocco e arrivo al “Belvedere” … è sempre uno
spettacolo nuovo,meraviglioso osservare dall’alto tutta la Valle
dell’Argentino con i suoi abissi e le sue profonde gole,attraversate da
foreste intricate ed impenetrabili senza alcuna traccia di sentiero …
Sono entrato adesso nel cuore dell’area selvaggia dell’Orsomarso,e penso
a quando dopodomani dovrò scendere laggiù,da solo,in quella immensità di
verde che “inghiotte” ogni cosa.
Mi siedo su una roccia e mi guardo intorno : alla mia destra si erge la
curiosa guglia naturale di Pietra Campanara un monolite alto ben 35metri
sulla cui cima le fanno da cappello dei folti lecci;in alto,la cima
brulla e calva del M.Palanuda con i suoi pericolosi Crivi di
Mangiacaniglia,sormontati da decine di pini Loricati “pettinati” dal
vento .
Domani la giornata sarà dura,perciò mi alzo e mi avvio per il sentiero
del mio campo . 6
Tutto è avvolto dal silenzio della sera.
Improvvisamente ricordo di avere portato con me,nello zaino,una
tavoletta di compensato da inchiodare sulla porta della capanna : un
monito,un simulacro per i rari escursionisti di passaggio.
Su fondo giallo ho scritto la seguente frase :” Questi luoghi sono
dedicati al culto della natura : mentre Sali verso l’alto ,contempla la
magia che si dispiega al tuo sguardo… fa’ che ogni tuo passo sia
discreto ,umile e silenzioso …”
Adesso sono qui,accoccolato accanto al fuoco senza fumo,a gustare una
minestrina e le ultime tre salsicce acquistate ieri. Sì,adesso sono
qui,ricco solo del vento che fa stormire le foglie ed i miei capelli in
una solitudine senza precedenti : chissà perché con un brivido penso al
caos del mio lavoro,in una città frenetica e disordinata come Napoli con
le sue contraddizioni ed il suo “vegetare” giorno dopo giorno.
Sì,adesso sono qui a respirare soltanto io quest’aria profumata della
notte accanto a questo fuoco ,circondato da poche cose povere che a me
però bastano per le mie necessità.
Il vento adesso mi costringe di tanto in tanto a cambiare posizione per
il fuoco .Calano definitivamente le tenebre e con esse i timori di
sempre !
Chiuso nella tenda ed infilato nel sacco a pelo odo di nuovo il vento
che gioca tra i rami degli alberi come se si trattasse del respiro di
uno spettro vagante,eppure … anche quando c’era la luce ,c’era lo stesso
fruscio … cos’è allora che da angoscia quando la notte stende il suo
velo nero sulle cose ?
La conquista della notte,da parte dell’uomo,è una storia di piccole
,grandi vittorie sulla paura.La fantasia popolare da sempre ha collocato
negli orridi recessi delle montagne deserte ogni sorta di malevoli
presenze sovrannaturali. Addentrarsi in boschi ,popolati da troppi
sguardi invisibili,significa sfidare il destino,anche se la giornata
prescelta può apparire calma e serena .
“ Io andare lassù e dormirci ? Mai ! “
Quante volte mi sono sentito dare questa risposta da persone che mi
chiedevano come facessi a passare una notte tra i monti … poveri ingenui
!
Come se passare una notte al centro di una città o di una sua periferia
o in discoteca fosse meno pericoloso… anzi ! Cesare Pavese,che
certamente non era un escursionista,ha dato un’interpretazione di quell’arcaico
rapporto con il sacro e con il mistero. A parlare nel buio sono due
viandanti moderni,costretti a trascorrere una notte all’addiaccio tra le
balze dei monti.
“ Pensiamo all’angoscia delle genti di un tempo,per cui l’aria era piena
di spaventi notturni ,di arcane minacce,di ricordi paurosi ( … ) e se
questo disagio fu vero,come è indiscutibile,fu anche vero il coraggio,la
speranza,la scoperta felice di promesse di incontri. Io per me,non mi
stanco mai di sentirli parlare dei loro terrori notturni ( … ) “.
Quante poesie,liriche e romanzi ha ispirato la notte !
Quello che più mi viene in mente in questo momento è un vecchio libro
letto al Liceo “ Il sentimento della notte” di Giacomo Leopardi in cui
si evince come le tenebre possano influenzare l’animo umano scavando nei
sentieri più reconditi della sua anima,rivelandone miseria e malinconia
con l’approssimarsi della sera …
Forse questo è anche uno dei motivi per cui sono qui : la ricerca di un
contatto interiore non ancora perduto…nella società dell’elettronica e
dei Mac Donald’s alcuni proprio non “ ce la fanno “ e se vanno per monti
e boschi incespicando tra sassi e rocce,soffrendo il freddo e il
caldo,lo sferzare frustante del vento …ma almeno lontano dal frastuono e
dai condizionamenti …
Ora è proprio tardi. Un ultimo sorso alla borraccia,poi chiudo gli
occhi. Un assiolo ,nel bosco,alle mie spalle ,fa udire il suo lungo e
monotono richiamo,a cui fanno eco una coppia di barbagianni.
La foresta si anima improvvisamente di mille rumori : l’attività
notturna è iniziata per molte creature,e molte di esse non vedranno il
sorgere del sole,chi cacciatori chi prede …
ILTERZO GIORNO 7
Mi sveglio infreddolito e un po’ stanco.
E’ giorno fatto,e,senza perdere tempo accendo il fuoco per riscaldarmi e
preparare la colazione.
Oggi mi aspetta una bella passeggiata sui monti per arrivare alla magica
cima del Palanuda,tra intricate foreste che,da Pietra Campanara,portano
fin sulla cima.
Non c’è fretta. Non devo neanche smontare la tenda ma per precauzione
depongo lo zaino ed i viveri all’interno della capanna mentre con me
porto soltanto il solito zainetto.
Riempio la borraccia e mi do una riassettata.
Indosso una maglietta pulita,nuovi calzettoni e,dopo aver dato un ultimo
sguardo al campo,mi avvio lentamente per il sentiero verso il Belvedere
dove sono stato ieri sera.
Giunto al bivio,questa volta,anziché girare a sinistra,proseguo dritto,
inoltrandomi subito in una folta faggeta arricchita da agrifogli e sorbi
dell’uccellatore.
Alcune ghiandaie,disturbate dal mio passo,prendono il volo gracchiando
andando poi ad appollaiarsi su alcune piante di corbezzolo.
Il bosco è fittissimo ed il sentiero è completamente invaso dall’erba e
da qualche giovane faggio caduto quest’inverno. Dopo un quarto
d’ora,improvvisamente il bosco si apre dando vita ad una pietraia in
salita. In breve,sulla mia sinistra,compare alta,maestosa, e sinistra
Pietra Campanara … questa curiosa “guglia” presa a simbolo dell’oasi di
Orsomarso sembra una solerte sentinella posta a guardia dei monti della
Valle dell’Argentino. Ne approfitto per fare una sosta e bere un po’
d’acqua.
Continuo ad essere proprio solo e stranamente mi invade una certa
inquietudine che fin’ora non ho avuto,tranne forse,durante la notte …
Ho sempre la sensazione che improvvisamente possa comparirmi dinanzi un
magico folletto dispettoso o qualche spirito dei boschi disturbato nel
suo sonno.
Respiro l’aria tersa del mattino e guardo in su,sulla mia destra ad una
ventina di metri ,un pino loricato che sfida il vento abbarbicato
tenacemente alla roccia.
Ore 10.15.
Mi alzo controvoglia e lascio Pietra Campanara per proseguire,ancora in
salita,sull’esile sentiero illuminato dal sole. Nel bosco odo ancora il
gracchiare delle ghiandaie che rendono l’ambiente magico e sinistro allo
stesso tempo.
Sono felice… felice di aver fatto questa esperienza che mi sta
arricchendo sempre di più,con la voglia di andare sempre avanti e
scoprire nuove emozioni nei recessi più reconditi della mia anima !
Con questo pensiero,mi impongo un passo più lento…
Non c’è fretta !
Non c’è nessuno che mi corra dietro o che mi dia premura…voglio
assaporare fino in fondo tutti i doni che mi sta offrendo questo
splendido giorno.
Alla fine del sentiero,si apre una salita molto ripida completamente
immersa in un bosco molto buio cosparso da un manto di foglie sul
terreno che rendono più difficile il cammino.
Mi fermo per un attimo per riprendere fiato e,senza indugio,attacco la
salita arrancando aiutandomi con un bastone.
Nel bosco non si ode alcun rumore : solo io,con la mia presenza,spezzo
quella monotona atmosfera ,spostando con gli scarponi il tappeto di
fogliame che ricopre la terra.
Finalmente giungo ad un valico,ben evidenziato sulla cartina,da cui
posso ammirare i minacciosi Crivi di Mangiacaniglia con i suoi pini
loricati.Adesso procedo allo scoperto su un terreno pericolosamente
sassoso e da questo mi accorgo che la cima del Palanuda non è lontana.
Uno spuntone di roccia mi sbarra il cammino,per cui sono costretto ad
arrampicare facendo uso anche delle mani in cerca dello spuntone più
roccioso per potermi issare sempre pi su.
Alzando lo sguardo,alla mia sinistra,posso ammirare l’anticima
nuda,cosparsa di erba e sassi che ostacolano il cammino. Un forte odore
di erica e di origano selvatico impregnano l’aria circostante mentre la
cima è lì,brulla,immota nella sua fierezza .
Mi siedo sulla pietra sulla quale verniciata in rosso vi è la scritta “
M. Palanuda “ e comincio,come al solito,a scattare tante fotografie.
Sulla mia destra,posso ammirare,nel fondovalle,la pietra
Campanara;dinanzi a me,Scalea con il percorso del fiume Argentino che si
riversa nel mare il tutto sovrastato dal Varco della Gatta e più a
sinistra,in fondo,dai Piani di Novacco.
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… curioso…ho aguzzato la vista nel tentativo (chiaramente inutile) di
osservare la mia auto parcheggiata.
Tutto è silenzio : soltanto il vento muove le stoppie sulle cime dando
al paesaggio forza e bellezza.
Ore 11.30 .
Visto che è ancora molto presto,decido di restare ancora un po’ in cima
e goderne la pace in questa atmosfera da sogno….indosso la giacca a
vento per proteggermi da quel vento che da un po’ colpisce la cima.
Mi distendo e pongo lo sguardo di fronte ai Piani di Novacco e la Valle
dell’Argentino ripercorrendo mentalmente il percorso molto impegnativo
che avrei dovuto affrontare domani.
Domani … ultimo giorno della mia esperienza … sono qui,sono dove dovevo
essere .Esulto.
Per qualche istante ancora questa felicità apparterrà solo a me e mi ci
immergo totalmente fino a saziarmene… ma per ora assaporo questi profumi
che solo chi ha frequentato gli alpeggi riesce a comprendere. D’altra
parte,sarei dovuto stare molto attento domani per non incorrere in
incidenti,anche il più banale…una semplice distorsione alla caviglia mi
avrebbe messo in una situazione veramente seria per una persona sola !
E ancora questi profumi… mi riportano alla memoria altri
luoghi,monti,visi di persone con le quali ho condiviso i magici momenti
di “immersione” nella natura incontaminata.
Come ho gia detto,alla mia destra,vi è Campotenese ,un ameno ed ampio
pianoro,purtroppo oggi deturpato dalla strada e dallo svincolo
autostradale : una volta era occupato da un lago.
Da Campotenese confluisce la Valle del Battendiero che nasce proprio
qui. Il valico divide il Pollino dai più meridionali monti dell’Orsomarso.
Intanto mi accorgo di avere fame e preparo qualcosa da mettere sotto i
denti : pane,formaggio,una scatoletta di tonno ed un frutto
costituiscono il mio pranzo … stasera ,al campo,potrò preparare qualcosa
di caldo e più sostanzioso.
Sarei tentato di affrontare subito la Valle dell’Argentino ma mi rendo
conto di non avere sufficiente luce a disposizione e sono tuttavia anche
un po’ stanco.
Mi diverto a scrivere qualcosa in questi silenzi… pensieri che vengono
giù così,senza un filo logico,preciso,piuttosto una “tempesta di
emozioni” che ti prendono e che ti fanno dannare per non saperle
sufficientemente trasferire su carta… è impossibile !
Poi,questa magica intimità con l’universo è bruscamente interrotta da
grossi nuvolosi che non annunciano niente di buono : preferisco allora
lasciare subito la cima per scendere al mio campo a Mare Piccolo.
Improvvisamente,come è solito che accada in montagna,grossi goccioloni
di pioggia,in breve,si trasformano in un vero e proprio muro d’acqua
accompagnati da un discreto vento che soffia ululando tra le profonde
gole dei monti circostanti.
Soltanto nella fitta faggeta ,l’acqua sembra fermarsi sotto quel
gigantesco ombrello di rami e foglie.
Per fortuna con me ho sempre il mio vecchio “poncho” impermeabile molto
utile in queste occasioni.
Il rumore del vento adesso,a mano a mano che discendo verso il campo è
diventato il mio migliore amico,anche se l’ho sempre temuto.
Ore 13.50.
Arrivo a Mare Piccolo mentre continua a piovere però meno
incessantemente. Decido di riparare nella baracca di legno per
asciugarmi e prendere un thè caldo. Dopo pochi minuti,sono dinanzi ad un
bel fuoco schioppettante seduto su un tronco di legno usato a mo’ di
sgabello,mentre fuori continua a cadere l’acqua riempiendo il bosco di
mille piccoli suoni.
Il cielo si è scurito ed ogni tanto mi affaccio dalla piccola finestra
senza imposte per controllare il tempo.
Approfitto della mia forzata sosta per studiare per bene la cartina
topografica I.G.M. del percorso di domani ben sapendo però,che più che
sulla cartina,avrei dovuto fare più affidamento sul mio senso di
orientamento e seguire costantemente lo scorrere dell’Argentino. Quando
da decenni frequenti le montagne ed i boschi si sviluppa un sesto senso
come negli animali selvatici e in qualche caso ci si affida più che a
deduzioni logiche al “proprio naso”.
Ore 15.45.
Non piove più . Mi affaccio timidamente alla sgangherata porta della
baracca rabbrividendo per l’umidità accumulatasi sul terreno e tra gli
alberi. Ho deciso che questa notte non dormirò in tenda ma nella baracca
per non incorrere in un eventuale nuovo temporale .
Alle spalle di Mare Piccolo,vi è un sentierino,appena accennato,con a
lato un enorme “sorbo dell’uccellatore” : seguo il sentiero che,dopo
aver attraversato un fitto bosco di annosi faggi,mi porta
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Sulle rive del Tavolara le cui acque balzano fragorose in miriadi di
piccole e grandi salti d’acqua che formano,in grosse marmitte,pozze
limpide e cristalline.
Qui,è una natura incontaminata e selvaggia ! Passano forse degli anni
prima che qualcuno si fermi in questi luoghi. Qui è il regno del
capriolo autoctono e del lupo,signore incontrastato dei monti e dei
boschi.
Ridiscendo per un po’ il torrente ponendo molta attenzione a dove
mettere i piedi per non scivolare sulle pietre lisce ricoperte di
muschio. In questo luogo,il sole sembra non esista…tutto è avvolto in
una semioscurità da tregenda…qualche tronco marcio ,riverso sulle
sponde,agonizza tra i flutti mentre numerose trote fario guizzano felici
nell’acqua gelida.
Mi siedo sul poncho di fronte ad una cascatella ammirandone la forza e
la spuma bianco-latte che si forma al cadere nel “salto” sottostante.
Il rumore dell’acqua tra le pietre è come la voce del bosco e della
natura che cerca di parlare e di comunicare con te e sono parole,le
stesse,di qualche milione di anni fa ,la stessa ritmica cadenza dal
suono puro ed argentino.
Sembrano raccontare la storia dell’umanità,delle sue
vicissitudini,l’alternarsi del giorno e della notte,delle stagioni,degli
inverni gelidi e delle estati torride…
Rientro al campo.
Do una riassettata generale a me stesso e al mio equipaggiamento. Tiro
fuori tutto dallo zaino per riporre tutto con ordine. Con una pezzuola
ingrasso gli scarponi e preparo l’abbigliamento per domani .
Sarà una giornata calda : dovrò partire presto per non trovarmi nella
valle in piena calura . Prima di cenare e di riposare,faccio una buona
scorta di legna secca per la notte . Metto la pentola sul fuoco.
Intanto esco fuori e,da un brandello di cielo ,non coperto dagli
alberi,ammiro la volta celeste cosparsa da miriadi di stelle che,come
tante fiaccole,rompono la monotona oscurità del bosco .
In lontananza odo scorrere il fiume tra i ciottoli mentre le ultime
gocce di pioggia,mosse dal vento,sulle foglie intrecciano una ritmica
danza sul suolo impregnato di pioggia.
E’ la mia ultima notte su questi monti : vorrei catturare ogni
rumore,ogni silenzio,ogni sensazione per farla mia e portarla nel
profondo del mio essere ,nelle mie vene e nel sangue e mentre osservo
con sguardo fisso le fiamme del fuoco del rustico caminetto del
rifugio,penso che in me esistono due nature diverse eppure non
contrastanti : una che ama la casa,la famiglia,l’altra invece vuole
scoprire,osservare oltre l’orizzonte,vagabondare senza meta per boschi e
montagne udendo solo il sibilo del vento…
Ma forse ho la certezza di non appartenere a nulla e che nulla mi
appartenga ma per quanto mi fosse estraneo il bisogno di possedere ,ho
dovuto in qualche modo trovarmi delle radici.
Ma se proprio dovessi appartenere a qualcosa vorrei appartenere alla
terra,diventare parte di essa,alimentandomi della sua linfa vitale e
respirando sui “ sentieri del vento “,come occhi le stelle e come abiti
le foglie degli alberi…
E tra questi pensieri mi convinco ancora di più che questi luoghi sono
forse gli unici ancora capaci di parlare all’anima …
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IL QUARTO GIORNO
Ore 5.30 del mattino.
Stranamente questa notte non ho dormito bene : mille rumori e fruscii
intorno alla capanna hanno tenuto vigili i miei sensi facendo venir
fuori antichi timori e paure …
Sono contento che sia arrivata l’alba a fugare i fantasmi della notte …
La notte è stata lunga. La giornata sarà lunga : è ora di
alzarsi,preparare tutto e di buttarsi nelle “fauci del lupo “.
Preparo la colazione e lentamente mi vesto per affrontare questo mio
ultimo giorno in solitaria.
Mi attende la Valle dell’Argentino con le sue gole profonde e le sue
impenetrabili foreste ricche di alberi secolari e senza alcuna traccia
di sentiero.
Ore 6.15.
Sono pronto.
Dopo aver spento accuratamente il fuoco mi intrattengo ancora qualche
minuto dinanzi alla porta della capanna ad ammirare tutto lo spazio
intorno a me ,in quella meravigliosa radura che è Mare Piccolo.
E mentre inizio il sentiero,curvo sotto il peso dello zaino,volgo lo
sguardo un’ultima volta con tanta nostalgia…ritornerò ? Non lo so !
E tra questi pensieri,dopo una decina di minuti arrivo al Belvedere . La
giornata,fortunatamente è limpida,anche se da lontano la cima del
Palanuda e dei Crivi di Mangiacaniglia sono avvolti da un po’ di
foschia.
Al di sotto del Belvedere ,parte una mulattiera sassosa,a causa di
frequenti frane provenienti da montagnole sulla destra lasciando il
posto,dopo pochi minuti,ad un sentierino erboso tracciato dagli animali
selvatici.
Sulla mia sinistra si apre superba e minacciosa la Valle dell’Argentino
e al pensiero di andare laggiù da solo un piccolo brivido mi corre lungo
la schiena.
Coraggio,proseguiamo !
Mi trovo adesso proprio sotto Pietra Campanara, finchè,dopo un paio di
curve,essa scompare alla mia vista. Ciò che adesso mi infastidisce di
più sono gli sciami di insetti costringendomi spesso a mettere le mani
sul viso e darmi dei sonori… ceffoni !
La primavera qui è nella sua totale esplosione : solo chi ha percorso
tutta la Valle dell’Argentino può comprendere le forti emozioni che
suscita quest’ambiente selvaggio e meraviglioso nello stesso tempo !
Qui uomo e natura sembrano fondersi in modo indissolubile dove l’uno non
domina sull’altra.
Qui,tutto sembra essersi fermato agli albori della creazione dove la
terra è ancora in comunione con il cielo e con il vento che soffia
minaccioso negli anfratti dei monti.
Un falco pellegrino,in cerca di cibo,sorvola questa maestosità in un
volo silenzioso ed elegante.
Dopo aver attraversato una vera e propria foresta di felci
gigantesche,sulla mia sinistra,nascosto dalla vegetazione e dai massi
odo il fresco suono della sorgente del “ Timpone Fornelli” fresca e
dissetante.
Mi bagno il capo ed il viso anche per liberarmi dalla miriade di insetti
che mi hanno letteralmente assalito attirati dal mio sudore. Dovrei
cospargermi di fango per ovviare a questo problema ma non ne ho voglia.
Funghi dalla strana forma attraversano il mio cammino mentre
faticosamente mi apro la strada con il coltello tra le felci che mi
impediscono il passaggio.
Odo il fruscio delle piante che sfregano sullo zaino alle mie spalle
richiudendosi poi come una pozza d’acqua nella quale sia stato scagliato
un sasso. Giungo così in un’ampia radura circondata da maestosi faggi ed
aceri : sulla destra,in forte pendenza,scorre l’Argentino,dove,in pochi
minuti ne raggiungo le rive. Adesso non c’è più silenzio : è il fiume ad
accompagnare con il suo turbinio il mio cammino.
Un enorme faggio abbattuto sbarra il sentiero per cui sono costretto a
scavalcarlo e a rimettermi di nuovo sulla sponda sinistra del fiume.
Mi sembrava di essere ritornato “animale” con la sua selvaticità mentre
mi muovo con prudenza e decisione ad ogni passo tra quella vegetazione
intricata e lussureggiante,sondando il terreno con il bastone tra
arbusti e fogliame.
Prendo la bussola e punto decisamente in direzione ovest seguendo il
corso del fiume.
Ore 8.20
Mi fermo su un prato dove il fiume turbina con minore violenza tra i
ciottoli per sgranocchiare qualche biscotto e liberarmi per un po’ dal
peso dello zaino.
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Gli insetti continuano ad infastidirmi ed unico refrigerio è quello di
bagnare il viso e le braccia nell’acqua del fiume.
Sto scendendo di quota e,giunto su un valico,incontro tra i faggi ,i
resti di un troncone di teleferica.
Infatti in epoca borbonica qui vi erano miniere d’oro e di argento che
appartenevano alle famiglie altolocate dei paesi vicini. La pista su cui
procedo altro non è che il vecchio tracciato della ferrovia “decauville”
costruita dalle imprese del nord e straniere che dalla fine
dell’ottocento alla metà del novecento hanno disboscato pesantemente l’Orsomarso
lasciando intatto solo qualche lembo nei punti più isolati del
massiccio. Ora la foresta è decisamente in ripresa ed i tagli sono
limitati ed oculatissimi.
Procedo in leggera salita con una parete rocciosa sulla mia destra
coperta interamente di capelvenere e,dopo un piccolo
inghiottitoio,arrivo su un terrazzo naturale che domina tutta la valle :
è forse lo spettacolo che mi ha emozionato di più in questi miei giorni
in solitaria…
Guardando alle mie spalle infatti,osservo il percorso effettuato,mentre
dinanzi dirupi e foreste senza fine mi indicano che il sentiero da
percorrere è ancora molto lungo.
Ma non è questo che mi spaventa : sono letteralmente “ inghiottito”
dalla Valle mentre l’Argentino scorre lontano sotto di me alla mia
sinistra.
Essere lì,era come rivivere il fascino di una esistenza fiera ed
impegnativa eppure misteriosa e paurosa…
Il vento sussurra più forte e crea ritmi che finivo io stesso per
seguire come sinfonie tribali e mi perdo in una dimensione sconosciuta e
segreta.
Ho dimenticato tutto da dove vengo e dove devo andare : sono ubriaco di
aria,di profumi,di terra,di fango,di cielo in questa atmosfera magica e
sento …
Sento di non aver sbagliato .
Nel punto in cui mi trovo,immagino di perdermi. Immagino di
perdere,magari,tutto il peggio che si ha e che si è,così da ritrovarmi
migliore e nuovo !
Posso vedere come dei fasci di luce divina inoltrarsi nel folto dei rami
ed illuminare,con precisione,i boschi intorno. Penso che tutti gli
esseri umani dovrebbero avere questa possibilità di abbracciare
l’immenso e l’ignoto come questo paesaggio che diventa
aggressivo,brutale,tuttavia io mi sento in sintonia con questo universo.
Provo un misto di desolazione ed esaltazione nello stesso tempo
osservando le forme fantasiose e sorprendenti che di volta in volta
assumono le rocce avendo l’impressione di scavalcare una scultura.
Mi richiama da questi pensieri il verso di un corvo non lontano da me. “
Ciao amico mio ! “ gli grido non so perché a gran voce ,accorgendomi
solo adesso che sono quattro giorni che non parlo con nessuno se non con
i miei pensieri.
Il sentiero adesso, ingombro da una fittissima vegetazione,mi conduce
prima attraverso un terreno molle e limaccioso ricoperto da enormi
foglie di farfaraccio,poi in una e vera palude,per cui sono costretto a
compieri degli ampi giri cercando di non perdere l’orientamento.
In breve,giungo di nuovo sulle rive del fiume e,per proseguire devo per
forza guadare con l’aiuto di un lungo bastone e di due piccoli tronchi
gettati lì,tra le due sponde.
La piccola traversata avviene senza difficoltà,ma le meraviglie non
finiscono : sul sentiero ,ora abbastanza largo,mi appare una vera e
propria foresta “incantata” di tipo pluviale come ve ne sono nel Borneo,dove
tutto cresce in funzione del fiume che ora ha accelerato la sua corsa.
Arbusti con foglie di quasi un metro di diametro ingombrano i lati del
sentiero,mentre vere e proprie liane scendono dagli alberi in un intrico
di vegetazione impenetrabile.
Mi fermo un attimo per scattare qualche foto e riprendere fiato.
Ore 10.30.
Mi sdraio sul terreno erboso nei pressi di una sorgente nascosta dalle
felci assaporando queste ultime ore di autentica libertà,ripercorrendo
con la memoria i luoghi visitati in questi giorni e l’esperienza
maturata in questa mia solitaria.
Dovrò adesso scendere a valle,ritrovare la gente,il loro inutile
chiasso,il loro bere,mangiare,consumare…accidenti ! Ma quand’è che è
cominciato il mio viaggio?
La luna e il sole si sono divertiti a pennellare il mio cammino o la mia
fuga silenziosa ed il ricordo si veste di malinconia ad ogni mio
passaggio. Ed ora eccomi qui,con un pesante zaino,una maglietta sporca
più di me,con gli scarponi infangati ed impolverati a camminare nel
vento cercando,inconsciamente,di prolungare la mia permanenza nella
Valle procedendo molto piano,assaporando le emozioni meravigliose e
contrastanti che sto vivendo…
Ancora una volta mi giro ed osservo le montagne da dove sono sceso…esse
restano lì,immote e maestose aspettando una nuova stagione quando
l’estate le brucerà con il sole rovente e l’inverno le coprirà di
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candida neve…esse saranno ancora lì ad aspettarmi ad accogliermi o
respingermi …
Dio,io non so dove sei,ma se c’è un luogo dove io posso immaginarti ed
incontrarti è proprio qui,in ogni pietra,in ogni albero,in ogni
creatura,ed odo la tua voce nell’acqua del fiume o tra le gole dei monti
attraverso il sibilo del vento …
Qui,tutto parla di Te,grande artista del creato…pittore sublime,scultore
raffinato…è forse qui,Signore,la Tua dimora segreta quando stanco di
questo mondo ti vieni a rifugiare?
Penso proprio di sì.
E’ proprio qui che l’anima trova la sua serenità,la sua pace ed il
nostro corpo la sua vera funzionalità.
Ore 1240.
Arrivo ad un primo ponticello di legno,segno inequivocabile dell’opera
dell’uomo e dell’avvicinarsi,per me,l’ora del distacco dalla Valle e la
fine della mia avventura.
L’Argentino adesso,corre turbinoso sotto il ponte,come se avesse fretta
di raggiungere al più presto il vicino mare di Scalea.
Il sentiero,in questo punto,è totalmente sgombro e pulito e trovo tracce
del passaggio recente di persone sugli altri due ponti che attraverso.
Mi sembra di udire da non molto lontano delle voci e l’abbaiare di un
cane al di là del fiume.
Vorrei tornare indietro,nella capanna,tra i boschi e sulle cime,tra la
pioggia ed il sole,tra le felci e gli annosi pini loricati e percorrere
tra essi i magici sentieri del vento …
Le voci adesso sono più vicine…
…sì,è proprio finita !
I S E N T I E R I D E L V E N T O |